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di Simone Baroncia su korazym.org

“A vedere le immagini che arrivano da Karkhiv, Gaza, Israele, Nagorno Karabakh, pare che sia tornato prepotente un Dio che pensavamo di aver lasciato per sempre nel Vecchio Testamento, ‘il Dio degli eserciti’… Che senso ha avuto, in questo contesto, la preghiera universale organizzata dal Mean il 14 ottobre con tutte le confessioni religiose ucraine nella piazza religiosa principale di Kiev, Santa Sophia? Il senso di mettere al centro l’umano nel suo grido a Dio. Siamo stati in piazza per invocarlo insieme, perché ci aiuti a fermare il disumano che avanza negli eserciti e nei potenti del mondo”.

Così scriveva sul sito di ‘Vita Non Profit’ del 19 ottobre scorso Angelo Moretti, ideatore del movimento pacifista MEAN (Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, composto da 30 associazioni) al termine dell’ultimo viaggio in Ucraina, mentre dalla Terra Santa giungevano notizie dell’attacco terroristico di Hamas e dei conseguenti raid dell’esercito israeliano. Ed a pochi mesi dal Natale la popolazione si prepara a trascorrere un secondo inverno in piena guerra con la minaccia di nuovi black-out e di mancanza di riscaldamento.

Per non dimenticare la situazione del popolo ucraino ad Angelo Moretti abbiamo chiesto di raccontare le ‘risonanze’ del viaggio del MEAN a Kiev e Leopoli: “Dal lato europeo, o prettamente italiano, potremmo dire che le risonanze sono state solo ‘interne’, nel senso di interiori, hanno suscitato profonde riflessioni e nuovi convincimenti nei partecipanti del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta ed in quei gruppi di preghiera che si sono connessi a noi che eravamo in piazza Santa Sophia a Kyiv o al seminario Greco-Cattolico di Leopoli.

Sulla stampa ed i media europei, benché tutti ben avvisati, non è passato quasi nulla di quelle giornate intense, salvo le eccezioni di giornali come Vita Non Profit ed Avvenire ed i due reportage scritti da attivisti del Mean per l’Eco di Bergamo e l’Inkiesta.

Sul fronte ucraino, invece, la preghiera universale celebrata il 14 ottobre prima a Buča e poi in piazza Santa Sophia, con la presenza di tutte le confessioni ucraine, compresa la comunità islamica, è stata una piccola rivoluzione. Dall’inizio dell’aggressione nessuno aveva mai riunito le diverse confessioni per un momento di preghiera così corale ed ecumenico, era la prima volta che i leader delle diverse chiese presenti a Kyiv si incontravano in una pubblica piazza per elevare lo sguardo al cielo e chiedere la pace come sommo bene a Colui che tutto può.

I capi delle diverse confessioni ci hanno ringraziato molto per questo, per essere venuti dall’Europa, correndo evidenti rischi, ed aver dato loro la parola ed il protagonismo che meritavano, mentre il dibattito mondiale sembra aver escluso le chiese dalla discussione sul presente ed il futuro dell’Ucraina”.

Ha senso elevare una preghiera universale per la pace?

“Per un credente ha ovviamente un senso profondissimo. Per quanto la preghiera sia un movimento del cuore che possiamo esercitare in ogni dove, è indubbio che la preghiera di persone disarmate, che si uniscono nel mezzo di una terra aggredita, rivolgendo lo sguardo al cielo, pur sapendo che il pericolo delle incursioni aeree non è cessato, è un esercizio straordinario sul senso e sul limite dell’umano in relazione al Dio in cui si crede: nessun drone è più potente dell’amore universale che muove l’Universo, nessun odio o violenza irrazionale può farci dimenticare che il destino di chi vive sulla terra è di scoprirsi fratelli e sorelle attraverso i secoli e dopo tante cadute.

Per i non credenti ha ugualmente senso una preghiera universale da una terra aggredita, esprime vicinanza vera a quel popolo e consente di elevare la mente oltre le soluzioni semplicistiche di chi pensa che per uscire da un conflitto basti solo ‘proferire’ la parola pace o la parola ‘negoziati’.

Per uscire da un conflitto armato come quello in Ucraina, ed ora come quello in corso a Gaza, senza dimenticare tanti altri posti del mondo, servono tanti pensieri divergenti, tanti movimenti interiori auto-trascendenti, come li definiscono gli psicologi, non basta solo la razionalità.

L’uomo è spesso razionalmente violento e razionalmente cinico, dobbiamo fare un passo in più della semplice razionalità e provocare una scintilla creativa. La preghiera quale momento di meditazione collettiva può aiutare anche i non credenti in questo”.

In quale modo è possibile ripensare alla pace?

“Ci sono diversi livelli per ripensarla: da un lato dobbiamo ripensare ai dialoghi che ora sono in corso, valorizzare tutti gli sforzi diplomatici in atto, uscire dalle semplificazioni e supportare i processi di transizione che governano le istituzioni globali con un vero interessamento dei popoli.

Non basta più, ad esempio, chiedere ai governi di riformare le regole che reggono l’ONU e fermarsi alla delega espressa nel diritto di voto, per coloro che vivono in democrazie, dobbiamo far avanzare un’auspicata ‘Onu dei Popoli’, una ‘seconda camera’ dell’assemblea generale, in cui si incontrino tutte le organizzazioni della società civile, come ha ben spiegato il prof. Stefano Zamagni al Mean, nel maggio di quest’anno.

Dobbiamo pretendere che ci sia una ‘voice’ in materia di interventi preventivi e di interventi post-conflitti armati,  in cui la società civile possa esprimere una sua concreta operatività a difesa della pace e per la riconciliazione.

Dal lato più ‘basico’ dobbiamo tornare ad essere consapevoli che la difesa della pace si muove solo sulle gambe di tutti i nonviolenti del mondo, meno ne siamo in movimento e meno pace ci sarà nel prossimo futuro, perchè è evidente che ci sono importanti crepe all’orizzonte in cui l’intervento preventivo non è stato fatto in modo tempestivo ed ora bisognerà fare un grande lavoro di ‘rammendo’, un lavoro  che non possiamo affidare solo ai governi o agli eserciti”.

In quei giorni anche dalla Terra Santa si è levata una preghiera per la pace: perché non si riesce ad arginare la violenza?

“Perchè la violenza arriva spesso da lontano nella nostra indifferenza, come una valanga che rovina sulle città a valle da una montagna ghiaccia, il cui processo di scioglimento è iniziato da anni, ma che noi vediamo solo quando è ormai diventata una slavina assassina, come ha ben spiegato con metafore Marianella Sclavi a Kyiv l’11 luglio dello scorso anno.

La violenza può essere arginata se prevenuta con un lavoro costante e collettivo di diagnosi e di prognosi sulle cause che possono generarla.  Per questo chiediamo con insistenza che venga istituita una nuova forza di pace, i Corpi Civili di Pace Europei, un Corpo capace di intervenire con tempestività e creatività nei luoghi dei possibili conflitti armati o dove è già in atto un conflitto armato, che sia istituito dall’Unione Europea, che oggi può essere leader mondiale della pace nel mondo, non potendo essere, per sua fortuna storica, leader di nessuna guerra.

Dopo decenni di tensioni sulla striscia di Gaza a cui non sono seguite azioni di pacificazione vera tra i governi, se non attività di contenimento militare, non può e non deve sorprenderci che ‘improvvisamente’ sia scoppiata una nuova guerra in quella zona”.

In quale modo è possibile ricostruire le condizioni di una convivenza pacifica?

“Ridimensionando le ambizioni dell’uomo sul governo della Terra. Se ci accorgessimo che infondo non siamo proprietari di niente e che basta un semplice virus minuscolo, invisibile ad occhio nudo, per metterci ko tutte e tutti, forse potremmo arrivare a darci altre priorità: non la difesa dei confini o l’estensione degli stessi, ma la costruzione di ponti competenti e resistenti per il dialogo tra diverse culture,  a partire dal mare di mezzo che vocazionalmente ha svolto questo compito nella storia dell’umanità, dal Mediterraneo”.

(Foto: Mean)