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di Francesco Boffa

Ho conosciuto Danilo Travaglione da quando è iniziato il mio percorso lavorativo in Sale della Terra.
Amico e collega, ma soprattutto un punto di riferimento che mi è stato fondamentale per comprendere lo spirito generativo di accoglienza delle diversità che anima un’intera Rete.
Da domani lo attende una sfida ancora più grande, a Roma, dove entrerà a far parte dello staff di Cittalia, fondazione dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, e per questo gli auguriamo un grandissimo in bocca al lupo, ringraziandolo per il grandissimo lavoro svolto per la Rete Sale della Terra, per la cui crescita a livello nazionale è sicuramente uno dei principali artefici.
Ringrazio personalmente Danilo per ogni consiglio e risposta che mi ha dato in questi 3 anni, ed anche per la seguente intervista, che, seppur estremamente riassuntiva rispetto alla mole di obiettivi che ha saputo raggiungere, è stata una bella occasione per farmi conoscere (ancor di più di quanto già facessi) il suo animo gentile e rivoluzionario.

“La mia storia in Sale della Terra comincia poco prima della sua nascita, quando incontro Angelo Moretti nel periodo della terribile alluvione a Benevento del 2015.
Ricordo in particolare due dettagli legati alle iniziative di solidarietà attivate in seguito a quel tragico evento: in primis il sistema di raccolta fondi, basato soprattutto sui bonifici, che al tempo avevano un costo di 1/2 euro. Pertanto andava trovato un metodo di raccolta più diretto.
Inoltre ricordo di una città “spaccata in due”: chi era stato colpito dall’alluvione aveva perso tutto, case, attività commerciali, averi, mentre la “zona alta” sembrava non avere contezza immediata della gravità della situazione. Di lì l’idea, semplice ma efficace, di effettuare raccolta fondi con i salvadanai, in una campagna che io e il mio amico Umberto Pepe chiamammo “Un Salvadanaio per la solidarietà”, instaurando i primi rapporti con la Caritas di Benevento. Angelo ne era il coordinatore, e conobbe l’iniziativa quando gli chiesi di utilizzare il logo Caritas per la campagna. Accettò senza esitare, volle appoggiarmi nell’iniziativa tanto da sistemarmi un piccolo ufficio in Via San Pasquale che mi fosse da aiuto nell’organizzazione della colletta.
Un’azione che riuscì, in un sol colpo, a far sentire i donatori come protagonisti diretti dell’azione di solidarietà ed a smuovere gli animi soprattutto dei non interessati dall’alluvione, che non immaginavano quanto questa fosse stata distruttiva. Di lì il nome in rubrica con cui in molti hanno iniziato a conoscermi: Danilo Salvadanai.
Comincia così il mio rapporto con il volontariato, che però confesso essere parte di me fin da bambino.
La chiamerei proprio vocazione, verso l’attenzione politica e l’impegno sociale, che ho sentito di avere quando scoprii di essere insulinodipendente. In particolare, quando ai primi sintomi di perdita di peso e disidratazione continua, mia madre mi portò a fare analisi, e capito il problema, mi tennero in ospedale per un mese circa in osservazione. Strappato a soli 7 anni dalla mia quotidianità di amichetti, scuola e giochi, percepii di essere “diverso”, e sentii in me la consapevolezza di avere una missione sociale, un impegno verso l’altro.”

“Non capisco Dani, il collegamento tra la malattia e l’impegno sociale.”

“In realtà ho sempre pensato che il diabete fosse anche una malattia “sociale”, non legata tanto alla situazione clinica ma -ancor di più qualche anno fa quando non era conosciuta come oggi- a tutti quei gesti che entrano nel tuo quotidiano e per cui, agli occhi degli altri, devi quasi giustificarti per far comprendere la tua “stranezza”: portare sempre la siringa con sé, produrre certificati specifici per viaggiare, avere cali glicemici improvvisi e per questo estraniarsi da dinamiche di gruppo.
Ricordo che fare il carabiniere era tra le mie aspirazioni da bambino ma scoprii dell’esistenza di un DPR che non consente, di cui ora condivido la ratio, a chi soffre di diabete di entrare nell’arma. Ci rimasi malissimo.
La diversità è quindi ciò che accomuna la malattia con l’impegno sociale, il sentirsi diverso e compararsi alle altre diversità. Riuscire a mettersi nei panni di chi è “diverso”. La diversità come peculiarità del progresso sociale, e guarda caso poi mi ritrovo nel mondo Caritas che nel momento dell’alluvione era l’organizzazione più attiva, impegnata e meglio organizzata.

Nel 2016, intanto, ci furono le elezioni comunali a Benevento dove mi candidai, per la prima volta, in una lista civica, che ritenevo essere il percorso più adatto ed opportuno per far sì che la città non si fossilizzasse sui “soliti noti”. Esperienza che mi portò ad allontanarmi dalle attività Caritas soltanto temporaneamente, in quanto, finita la campagna elettorale, feci domanda per il servizio civile proprio in Caritas, formandomi in questo anno, all’interno della segreteria generale diretta da Giusy De Vita, nella costruzione di reti sociali, occupandomi di partenariati come animatore di comunità.
Intanto organizzammo il primo Festival Porti di Terra, prima espressione nazionale del Manifesto per una Rete dei Piccoli Comuni del Welcome, che muove i suoi primi passi a fine 2016. Porti di terra coinvolse anche i primi comuni delle province di Benevento ed Avellino che aderirono al Manifesto della Rete dei Piccoli Comuni Welcome, come Roccabascerana, Chianche, Pietrelcina, San Giorgio La Molara, Petruro Irpino e Baselice.

Concluso l’anno di servizio civile, Angelo mi chiese di occuparmi del neonato Sistema Per Richiedenti Asilo e Rifugiati -SPRAR- di Baselice, relativamente a tutto l’aspetto amministrativo, e della segreteria dei Piccoli Comuni del Welcome, che avevo già iniziato a seguire insieme a Gabriella Debora Giorgione.
Nella fase iniziale dell’attivazione dello SPRAR per famiglie di Baselice mi occupai soprattutto di individuare membri dell’équipe e di trovare alloggi che possedessero i requisiti necessari per accogliere le famiglie. Non fu semplice ma rappresentò una bella sfida.
Nonostante alcune perplessità di una piccola comunità, che aveva come unica esperienza di accoglienza un Centro di Accoglienza Straordinario.
È sempre restata impressa nella mia mente l’immagine della folta presenza dei baselicesi, in occasione della presentazione del Manifesto, in una sala consiliare gremita. Fu un gruppo di giovani volenterosi, che avevano seguito le prime iniziative in Caritas e capirono l’importanza di accogliere, di partecipare e prendere parte alla rete Sprar – Siproimi (oggi Sai) a contattarci.
Seguii quindi la fase iniziale, finché non fu affidato l’incarico all’attuale coordinatore Pellegrino Iuliano, in linea con l’idea di supportare la fase di start-up per poi lasciare alle persone del posto la possibilità di creare quella connessione tra accoglienza e sviluppo locale, che passa dal coinvolgimento e dall’inserimento socio – lavorativo degli abitanti del posto.
In seguito ho seguito per molto tempo la segreteria della Rete dei Piccoli Comuni Welcome, organizzando altri Festival Porti di Terra, assemblee dei sindaci aderenti, predisponendo documentazioni per i comuni così da coinvolgerli nelle progettazioni ed instaurando contatti diretti con i sindaci, insieme all’allora Direttore Amministrativo e Presidente Fabio Garrisi (attuale Direttore del Nodo Salento Sale della Terra).

Il Manifesto, che trova il germoglio nella Caritas, ha poi rappresentato tutto quello che è alla base della mission di Sale della Terra, di connessione tra accoglienza e sviluppo territoriale, e mi ritengo fortunato ad aver vissuto da vicino e da protagonista la costruzione di questo processo generativo, che ha portato gli 11 comuni aderenti di allora a diventarne 44 oggi, divisi in 8 regioni italiane, dal Veneto alla Sicilia.”

“Ma già dai primi passi avevi la percezione che la Rete potesse espandersi, fino a raggiungere un respiro nazionale?” gli chiedo.

“Sì, qui ho iniziato a capire che Sale della Terra è un’esperienza locale, dallo spirito nazionale che si apre al mondo.
E ne ho avuto subito la dimostrazione quando ho visto testate nazionali, da Repubblica a Vita al Corriere della Sera, interessarsi da subito alle nostre iniziative. L’attenzione ai piccoli borghi ed ai comuni a rischio spopolamento, che ora è diffusa e riconosciuta anche con leggi specifiche, allora non era così sentita. Siamo stati tra i primi ad intraprendere un percorso che, nel frattempo, anche altri cominciavano a seguire.”

“Nasce un modello da diffondere” concludo io.
“Non un modello”, risponde “ma un metodo pratico, e questo per merito della grande abilità di Moretti come progettista sociale: Sale della Terra porta avanti un’idea replicabile in tutti i territori d’Italia e persino d’Europa. Quando vidi Angelo invitato a Bruxelles, e poi a Parigi, per parlare del Welcome nei Piccoli Comuni, fu un altro momento in cui capii la grandezza di ciò che stavamo facendo.”

“Cosa ti ha lasciato Sale della Terra?”
“Credo che le parole giuste, ancora una volta, vengono da Moretti: mi sento una persona delle istituzioni prestata al Terzo Settore. E la vedo come un’opportunità vera che ha compensato quel pizzico di dispiacere per non aver ancora concluso i miei studi di Scienze Politiche, che è una strada che ho lasciato aperta e prima o poi riprenderò.

L’esperienza in Sale della Terra, vissuta anche come responsabile della Segreteria generale e con la direzione di Francesco Giangregorio l’ho iniziata e non si chiuderà mai, ormai fa parte di me. E ciò che mi fa stare bene è che tutti mi hanno detto, con occhi sinceri, che mi merito questa opportunità. Questo mi gratifica, e mi fa capire quanto finora abbia lavorato all’interno di una vera famiglia.
Una famiglia si distingue perché frutto di una generatività, e Sale della Terra è stato generativo con me, formandomi e facendomi sentire protagonista di un cambiamento.”