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La fuga dai Talebani, poi Pakistan, Iran, Turchia, infine l’Irpinia. La storia di Anoosh e Amina nel rifugio di Valle, tra gli occhi di favola dei loro bambini. Prosegue il nostro viaggio tra le storie di accoglienza del progetto Sai, da Petruro Irpino all’Area Vasta con Sale della Terra, il Consorzio Percorsi e la cooperativa Intra

Articolo di Marco Monetta su ORTICALAB

L’Afghanistan è una terra lontana. Non c’è più, forse non c’è mai stata. Quanti posti Anoosh e Amina hanno chiamato casa, o forse solo rifugio. Oggi è Avellino il loro ristoro, in un condominio del quartiere Valle, periferia ovest del capoluogo. Da 45 giorni in Irpinia, con un passato alle spalle tra PakistanIranTurchia, infine l’Italia.

Prosegue il nostro viaggio tra le storie dell’accoglienza nella provincia piagata dallo spopolamento e dall’isolamento. Dannazione per gli indigeni, parentesi di serenità e protezione per i richiedenti asilo. Trampolino per una nuova vita, in suolo europeo.

La giovane coppia afgana, entrambi trentenni con quattro figli al seguito – tre maschi e una femmina, il più grande ha undici anni – sono stati presi in carico meno di due mesi fa dal Sai di Petruro Irpino, operante sull’ampliamento dell’Area Vasta (con i comuni di AvellinoAtripalda e Montoro). Capofila il consorzio Sale della Terra, in partenariato con la cooperativa Intra e il Consorzio Percorsi.

Mi accolgono in casa con la collaborazione di Dogukan, affabile mediatore culturale di origine turca, ormai avellinese acquisito. Non parlano italiano, non hanno timore, poco alla volta il capofamiglia si apre e mi racconta la sua storia. Tribolata, come molte. Fortunata per certi aspetti.

Via dall’Afghanistan già a sei anni, ci ritorna quando ne ha quindici. Il motivo è comune quanto velenoso per molti, il regime dei Taliban. Il padre di Anoosh – denti bianchi e occhi vispi, fisico asciutto e modi posati – lavorava per il governo sovvertito dalla furia talebana. Lo cercano a lungo per ammazzarlo. Si deve fuggire. Dopo l’Iran torna in patria per conoscere la sua sposa, Amina. Lei sorride e parla pochissimo, la vivacità dei piccoli la tiene impegnata tutto il tempo.

La minaccia è sempre dietro l’angolo, arrivano i figli e alcune inimicizie tra famiglie li costringono ad andare via di nuovo. Due figli nascono in Iran, un terzo scompare prematuramente, un dolore che impone il silenzio. Non c’è bisogno di dirsi altro. La piccolina nasce in Turchia e quando Amina è in cinta dell’ultimo maschio fanno richiesta per lo status di rifugiati internazionali alle Nazioni Unite. Dopo 5 anni di permanenza nella nazione di Erdogan, il “guardiano d’Europa” a cui il vecchio continente versa fior di soldi per far sì che la Turchia sia l’ultima barriera della fortezza Europa, il visto viene accettato. Si parte per l’Italia con un aereo, direzione Roma. Poi strada verso l’Irpinia, secondo le indicazioni del Ministero. In Turchia, spiega Anoosh a differenza dell’Italia, non c’è alcuna politica di accoglienza. Se sei un rifugiato, puoi circolare ma non puoi lasciare la città. Nemmeno se perdi un tuo caro.

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