di Gabriella Debora Giorgione

E’ complicato fare questa intervista ad Antonio Servodio, graphicdesigner e visual della Rete di Economia civile “Sale della Terra”.
Ho voluto un bene frizzante al suo codino di boccoli scomposti fin da quando è entrato nella stanza il giorno del suo colloquio di lavoro. La figura asciutta, lo sguardo serio, il book, poi la tensione che si scioglie e finalmente il sorriso in cui divenne Antonio Servodio.
«Ho appena finito di montare la puntina al giradischi di quando ero ragazzo», mi dice, mentre io penso che “ragazzo” per fortuna lo è ancora molto. E penso anche – con un pizzico di sana “cattiveria” – che stia friggendo da morire, in questo ruolo di “intervistato”, un po’ per la sua discrezione e un po’ perché, da esteta, vuole essere sicuro che il disegno che ne uscirà sia bello e vero. Antonio riesce ad essere contemporaneamente “uno di noi” ed “uno diverso”, a metà tra il distante e l’imprendibile. E’ presente e sa guardarti, ma resta sempre un po’ “sospeso” nello spazio che lo circonda. In questa intervista mi sa che mi conviene ruzzolare la penna e farmi guidare da lui.
Antonio cresce con due sorelle più grandi ed un fratello più piccolo di lui. Dal papà eredita la passione per la musica, dalla mamma l’intuito per il disegno: «Papà lavorava alle Poste, dopo un po’ di anni anche mamma vinse il concorso: possiamo dire che “sono figlio delle Poste Italiane” – ride – Sono due persone totalmente diverse: mamma ha la vena artistica, è una creativa, una sognatrice, papà invece è ordinato, posato».
Gli brillano gli occhi e continua: «Lei si creava i vestiti, aveva un estro particolare. Prendeva i cartamodelli famosi delle riviste e li copiava cucendoli alla perfezione, conservo ancora il ricordo della stoffa distesa, la carta, il gesso che disegnava e poi il taglio preciso».
Resto basita perché da poco Antonio, che ha sempre lavorato nell’Area comunicazione, è stato destinato da “Sale della Terra” al disegno di tutta la linea artigianato inclusivo nel quale la linea tessile è la produzione di punta.
«E te ne dico un’altra – mi sorpassa – tu lo sai che la Cittadella ( , , ℎ , ) è il posto dove io, da piccolo, ho fatto l’asilo? Oggi vivo di nuovo al Rione Ferrovia, dove sono cresciuto, lavoro nell’asilo che ho frequentato e guardo donne che stanno imparando a fare le sarte come mia mamma». Rivedo nei suoi occhi il “rito”: il bambino sulla sedia, il metro giallo sulla spalla della mamma, l’ago infilato nella maglia ad altezza del seno pronto ad imbastire orli, il rumore della macchina da cucire magari dopo cena, a sera inoltrata.
«Ma tu che bambino eri, Anto?», mi scatta la curiosità perché le due figure ieri-oggi non riescono ancora a sovrapporsi.
«Tranquillo, passavo le giornate a sentire musica, non ero “un maschio catastrofico”. Ero molto sognatore. Ero un bambino sempre sovrappensiero. E lo sono ancora oggi: spesso le persone mi parlano ma io sono immerso in qualche altra dimensione. Spesso mi porto il lavoro in testa perché dopo un’intuizione devo lavorarci tanto, non riesco ad essere veloce. Vedi, per sviluppare un’idea ti ci devi allontanare perché devi guardare diversamente sennò non trovi la chiave di svolta. Forse sono rimasto ancora quel bambino sovrappensiero».
A Benevento vive in parecchi quartieri. Dopo l’asilo, la famiglia di Antonio si trasferisce a Santa Colomba, oltre lo Stadio, in piena campagna: «Un periodo stupendo, bucolico, sempre in strada con le bici, con i miei cugini e gli amici: attraversavamo tutte le stagioni, ricordo ancora le merende a pane e pomodoro che ci dava “zi’ Chiarina” quando passavamo da lei», me lo descrive e mi pare di sentire sulla pelle il sole e la terra, in bocca l’acidulo dolce del pomodoro caldo appena colto.
Le scuole medie al Convitto Nazionale che «mi sembrava un riformatorio», ammette. Ma niente a che vedere con le scuole elementari, durante le quali Antonio cambia due istituti e vive un momento tremendo: «Non riuscivo a trovare il modo per farmi accettare, ero visto troppo come “bambino diverso”. Ma capisco che forse ero “nuovo” e le novità spesso sono difficili da capire e da accettare», mi confida e la voce si abbassa di due toni.
Altro quartiere, altra vita: trasferimento al Rione Libertà. Lì arriva l’esperienza più incredibile: «Ci ho vissuto fino ai quindici anni, frequentavo ogni tipo di persona e di ambiente, sempre per strada», la vita nei crocevia variopinti, insomma.
Il Liceo Artistico è stata una scelta naturale: «Quando ci entrai la prima volta rimasi affascinato». Me lo descrive e vedo corridoi di cavalletti, sculture, caos creativo. Una Edenlandia, per quel bambino sovrappensiero.
Diplomato, vive a Roma e studia da grafico pubblicitario. Poi Benevento, impaginatore a “Il Sannio Quotidiano”: «Lì ho incrociato Angelo Moretti, qualche volta. Mi divertivo con i colleghi, ma non riuscivo ad abituarmi alla considerazione che si aveva del lavoro e delle persone e quindi lasciai».
Antonio si trasferisce, così, a Milano e segue un corso di progettazione multimediale e resta lì otto anni durante i quali nasce anche sua figlia Bianca, mentre Giulio nascerà a Benevento, dove Antonio e la famiglia si trasferiscono successivamente.
Nel 2018 incontra “Sale della Terra” che cercava un grafico per le linee produttive che stavano nascendo: «Ricordo che rimasi sbalordito perché le aziende a Benevento non hanno la cultura di avere un Ufficio comunicazione addirittura con un fotografo, una giornalista. Mi piaceva che si volesse dare proprio una impronta di “redazione giornalistica”, più che di “ufficio”. Ecco, anche questa è una “differenza” ed io sono affascinato dalle differenze. Sono io stesso una “differenza”. Per questo mi trovo bene a lavorare a Sale della Terra: perché è un luogo dove le differenze sono accolte e sono un valore. Da subito mi è piaciuta questa idea che la comunicazione, come tutte le attività di Sale della Terra, fosse al servizio di un progetto più ampio, fatto di persone e non solo di marketing. Oggi Sale della Terra è un luogo in cui ognuno di noi lavora e contemporaneamente si esprime, cresce. Si rigenera, insomma».