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di Francesco Boffa

Teresa Lauto in “Sale della Terra” ricopre attualmente diversi ruoli: assistente sociale nel S.A.I., Sistema Accoglienza Integrazione, del Comune di Chianche e responsabile della Casa Rifugio “La Casa di Esther”, nonché responsabile all’accoglienza del Progetto “Fuori tratta”, nell’ambito del quale è nata la casa – rifugio.
Fin da subito mi ha dato l’impressione di una persona che sa tanto e che vuole imparare ancor di più. Impressione inevitabilmente confermata da questa piacevole chiacchierata al Caffè dell’Orto e dal racconto delle sue esperienze nella nostra rete, e non solo.

La laurea in Scienze del Servizio Sociale, una passione per l’arte fin da piccola, un’immensa voglia di mettersi in gioco: entra in “Sale della Terra” nel 2015, anno dell’alluvione, e in 9 anni ha lavorato in 2 progetti SAI, Chianche e Petruro Irpino, nel Borgo Sociale di Roccabascerana e in Fuori Tratta.

“Dopo aver conseguito il diploma al liceo artistico sarei stata portata a proseguire un percorso attinente ma lì per lì sentivo che non era la mia strada.

Prima feci un corso O.P.I., operatore dell’infanzia, spinta dall’idea di aiutare le persone. Nell’ambito del corso che durò un anno feci un tirocinio sia in asilo nido che in ospedale. La parte teorica del corso mi fece appassionare a materie come psicologia e pedagogia, poi ho un bellissimo ricordo di quando andai a fare tirocinio in reparto: “vivere” i bambini, il reparto di pediatria, affiancavo, come in asilo, le operatrici nel cambiare pannolini, fare pulizie, attività di rianimazione con i bambini ricoverati, tutto questo rappresentò un primo approccio alla fragilità. Che a 19 anni vivevo con gli occhi dell’entusiasmo.

Girare col camice, in ospedale, con i disegni per bimbi che avevo fatto io, mi emozionava e mi indirizzava nella scelta che avrei preso di lì a qualche anno”.

Un volontariato in Caritas al centro d’ascolto, l’arrivo della terribile alluvione nel 2015, l’aiuto alle famiglie in difficoltà, poi una breve parentesi al Borgo Sociale di Roccabascerana, sempre con l’idea di accumulare esperienze, e nel 2017 l’arrivo nel progetto SAI di Chianche, dove impara come si struttura l’accoglienza e tutte le mansioni legate ai percorsi di integrazione.

“Quando ho iniziato a Chianche sono stata accolta da una fantastica équipe, che mi ha aiutato a entrare facilmente in questa nuova quotidianità. La mia formazione artistica mi ha aiutato a realizzare dei laboratori creativi con i beneficiari, che ricordo partecipare con entusiasmo alle iniziative. Due ragazzi arabi in accoglienza, che avevano un vero talento artistico, mi rimasero impressi: li osservavo per ore, realizzarono dei quadri bellissimi, li aiutai a iscriversi all’Università, all’Accademia di Brera, e mantenni sempre un ottimo rapporto con loro. La mia avventura al Borgo era finita e iniziai a fare l’operatrice all’integrazione e, insieme, l’assistente sociale, con il piacevole lascito di “essermi sporcata le mani” a Roccabascerana e aver imparato tanto. Imparai ad attivare i tirocini tra tante difficoltà iniziali ma ora sono felice di essere un punto di riferimento per altri colleghi che hanno bisogno di supporto in materia”.

Poi un’altra sfida, una nuova esperienza al SAI di Petruro Irpino che, a differenza del SAI Chianche, destinato a uomini e donne singoli, si rivolge invece alle famiglie. “A Chianche quasi tutti i percorsi terminano con un inserimento lavorativo. Nei SAI per famiglie è più centrale l’accompagnamento nel percorso scolastico, i documenti, l’anagrafe. Forte della prima esperienza come operatore dell’infanzia, ora aver a che fare con le famiglie mi mancava. Il contatto con la scuola, i colloqui, le vaccinazioni, le collaborazioni con l’assistente sociale del comune di Petruro per i minori; tante nuove situazioni, stavolta legate all’ambiente familiare, che mi hanno ulteriormente arricchito”.

Non è mica finito qui il variegato percorso di Teresa: arriva la chiamata di Mariaelena Morelli, responsabile dell’area accoglienza e anti-tratta della nostra rete, che le chiede di diventare l’operatrice all’integrazione per Fuori Tratta. “Mi voleva con la sua squadra vista la mia reputazione professionale che si era consolidata. Poco dopo Mariaelena andò in maternità e divenni il braccio destro dell’allora responsabile Paola Ferrannini. Rispetto ai progetti di accoglienza qui è un lavoro meno visibile, con molta più riservatezza.
Colloqui di orientamento, studiare le destinazioni possibili, gli inserimenti socio-lavorativi, le sistemazioni nell’ala dormitorio dedicata della Caritas, insomma capii in breve tempo come effettivamente si aiutava una vittima di tratta. E ne rimasi affascinata”.

Il fascino delle nuove sfide sembra diventare un tratto comune in ogni parentesi che si apre e si chiude nella vita di Teresa. La voglia di mettersi in gioco, di capire, imparare, di “buttarsi” non solo in un ambito, acquisire una formazione molto variegata, tutti questi fattori rappresentano il filo conduttore del suo percorso.

Ma come nasce l’idea di creare una casa rifugio per donne vittime di tratta?

“La cooperativa Il Melograno gestisce dal 2016, insieme alla capofila Dedalus, il Progetto “Fuori Tratta”, poi l’uccisione di Esther nei pressi della stazione di Benevento avvenne lo stesso anno e di lì si realizzarono diverse iniziative, come le panchine dell’amore lungo il viale della stazione in sua memoria, la fiaccolata in usa memoria, i primi contatti con Libera e altre associazioni. Quella delle panchine dell’amore fu una simbolica occupazione delle panchine per condividere l’azione di denuncia contro la domanda di prostituzione, contro lo sfruttamento, la violenza e la tratta, dove fu interpretata dalla Solot “Principesse”, una performance teatrale liberamente ispirata a testimonianze raccolte sui media e sulla figura di Adelperga, principessa longobarda e migrante di altri tempi.

La campagna “Esther: per non tacere. Le panchine del vero Amore” nacque proprio nel giugno 2016 dopo il ritrovamento, all’ingresso del Parco Cellarulo, del corpo di Esther Johnson, donna nigeriana che si prostituiva: da quel momento fu creata una rete di realtà unite per un’azione comune, di denuncia e supporto alle vittime di tratta.

Mariaelena divenne poi responsabile e nacque l’idea di creare una casa rifugio, che fu inaugurata nel 2020 grazie ai finanziamenti 8xmille alla Chiesa Cattolica, con il progetto “Esther per non dimenticare”. Le donne accolte vivono lì H24, non posso dire dove risiedono, indicare la residenza, noi operatori facciamo i turni e creiamo tante attività per reinserirle. All’inizio erano 3 donne su 4 posti letto totali. Il progetto non ha una durata limitata come i SAI, durano di più e gestire una casa-rifugio non è facile, rispetto al dormitorio è un vero e proprio inserimento di vita che a loro dà molta responsabilizzazione della quotidianità: l’uso della cucina, il fare la spesa in modo indipendente, gestire la vita condominiale. Divenni responsabile all’accoglienza lì, lasciando Petruro con dispiacere, con tanto di pranzo finale, e responsabilizzandomi ancora di più nella casa-rifugio, dopo averci riflettuto molto”.

Un percorso rimasto particolarmente a cuore in tutte queste esperienze?

“Proprio una ragazza accolta in fuori tratta, già per come iniziò: una notte ci chiamò, dopo essersi rasata tutti i capelli, e si fece trovare con la valigia pronta. Con lei abbiamo imparato a fare cose che come équipe non avevamo mai fatto, riconoscimento dei titoli di studio dall’estero, la conversione della patente che già aveva. Poi trovare casa, far capire come si paga le bollette, l’affitto, come iniziare da zero per molti versi. Per questo vederla lavorare con continuità, comprarsi una macchina, essere felice di un’autonomia conquistata con le unghie e con i denti, rappresenta una soddisfazione che ti ripaga di tutti i momenti brutti. In 3 anni abbiamo completato 9 percorsi di beneficiarie vittime di tratta, non tantissime ma ogni percorso, con tutti i sacrifici legati, è stato una vera e propria conquista”.

Migranti, vittime di tratta, persone in sofferenza psichica, bambini: l’avere a che fare con molti tipi di fragilità, in un insolito viaggio nel welfare conoscendo tanti lati del disagio, ha portato un bagaglio enorme di risultati raggiunti. Le tante esperienze accumulate sembrano di chi lavora nel settore da 30 anni, non 10. Centinaia di vite fragili che si sono incrociate con quella di Teresa.

“Sono tutte esperienze che mi hanno dato tantissimo: quando mi sono sposata avevo appena lasciato Petruro, Antonella – la responsabile del progetto SAI – portò i bimbi del progetto davanti la chiesa con i palloncini bianchi, un momento tanto emozionante. Così come ricordo il matrimonio a Chianche dove aiutammo la sposa a cucirsi l’abito.

Tante, tante storie, e adesso ho la sicurezza di aver intrapreso la strada giusta e sono sicura delle mie capacità professionali che ho creato nel tempo.

Se tornassi indietro farei esattamente tutto il percorso che ho fatto, tuffandomi in ogni nuova sfida con la stessa curiosità e la stessa passione che mi hanno sempre caratterizzato”.