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di Francesco Boffa

Amadou è un volto noto nella nostra rete: fa parte dello staff di Alimenta Bistrot Benevento dal giorno dell’apertura, 30 giugno 2019. Ha iniziato, come tanti, al Caffè dell’Orto, prima di diventare un pilastro dell’affiatata squadra del Bistrot all’ombra dell’Arco di Traiano. Oltre che del We’ll Come United, la squadra della nostra rete composta da migranti e beneventani, fondata sui valori dell’accoglienza e dell’integrazione.

Ha sviluppato un forte legame con ogni persona incrociata nel suo percorso lavorativo e, adesso, riceve chiamate e messaggi di stima e di affetto anche da parte di chi non lo vede anche da qualche anno, che si tratti di colleghi, collaboratori, clienti fidati, amici, compagni di squadra. Come ci riesce? Presto detto: con il suo sorriso, con la sua infinita educazione, con i suoi modi affabili, di estrema cortesia e gentilezza, associati ad una cultura del lavoro che pare cucita su di lui, per quanto gli appartiene.

Quando inizia tutto? “Ama” arriva in Italia nel 2015, il 25 giugno, dopo un viaggio che sembrava interminabile, iniziato dal Gambia e proseguito per il Senegal, il Burkina Faso, il Niger, fino ad arrivare in Libia. “Sono stato in viaggio per quasi 2 anni: ogni tappa poteva durare ore, o anche giorni, e non si sapeva mai quando ripartire. Tanta fatica, tante persone, con cui magari condividevi dei giorni di viaggio per poi perderli e non vederli più, tante speranze per poi arrivare in Libia e sostare nelle “prigioni”, dove ci sono dei criminali che ti fanno chiamare a casa per fargli mandare dei soldi, altrimenti non puoi proseguire il viaggio”.

La voce di Ama si spezza, gli occhi si fermano nel vuoto prima di aggiungere “è un ricordo che avrei voluto rimuovere”, così passiamo avanti. Rivedere il film “Io, Capitano” dalla sua voce e dai suoi occhi fa un certo effetto anche a me, abituato a vedere Ama quasi ogni giorno e sempre con il sorriso stampato in volto.
Arrivare in Italia è stata ancor di più una liberazione, quindi? “Sì, quando sono arrivato ho pensato: finalmente sono in un posto dove è possibile sognare una vita nuova, ‘normale’, sicuramente migliore di quella che avevo prima di partire”.

Il diciottenne Amadou, appena giunto in Italia, viene trasferito in un centro in provincia di Benevento.
Inizia a frequentare il CPIA, Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti, in modo saltuario, in quanto dover incrociare gli orari dei trasporti pubblici con quelli di frequentazione della scuola, risulta non semplice.

“Ho chiesto di essere spostato in un centro a Benevento, in quanto avevo espresso la volontà di seguire il CPIA con continuità. Ero convinto della fondamentale utilità di imparare la lingua per integrarmi e poi lavorare. Prima di frequentare scuola già masticavo un po’ l’Italiano, e per questo devo dire grazie al mio carattere, espansivo e curioso, che mi aveva permesso di parlare già con molte persone e di imparare molte frasi. Ma studiando mi resi conto che imparare la grammatica era un’altra cosa: quando mi approvarono il trasferimento a Benevento, riuscii a seguire le lezioni tutti i giorni, arrivando a prendere l’A2 e la terza media”.

Nel frattempo Ama, acquisendo sempre più familiarità con la lingua, primo scoglio di uno straniero nel processo d’integrazione, e comincia a pensare a quale lavoro potesse essere più adatto per lui: si guarda in giro, osserva, nota la presenza di tanti bar e comincia a immaginarsi dietro un bancone.

“Con il supporto della mia amica Delia, chiesi ad un bar del centro storico di Benevento di concedermi un periodo di prova: trascorsi un periodo di diverse settimane durante il quale ho avuto la conferma che fosse un lavoro che mi piaceva. All’inizio non era facile, ma guardavo i colleghi come lavoravano, i gestori sono stati pazienti e disponibili a insegnarmi molte cose e pian piano miglioravo. Facevo le consegne a casa delle persone e, oltre a migliorare nell’approccio con i clienti, capivo meglio anche le strade della città dove lavoravo, un primo periodo di crescita personale importante”.

Un primo approccio al lavoro, in attesa che diventi un impegno costante.

“Finito il periodo di prova vado al centro per l’impiego, accompagnato da Antonio, operatore all’integrazione, e inizio un periodo di tirocinio al Caffè dell’Orto. Insieme a Donato mi dedico alla serra all’orto, andiamo in giro a fare lavori e imparo prima a distinguere e poi a predisporre le diverse coltivazioni. Tutto questo in un bell’ambiente sereno e stimolante.

Un giorno dove mi trovavo qui all’orto, nella serra, c’era bisogno di una mano temporanea al bar e accettai con piacere. Nel corso del lavoro, Francesco si meravigliò del fatto che riuscissi a interagire facilmente con le persone e ad essere particolarmente veloce e sicuro nel servizio. Mi propose, pertanto, di continuare il mio tirocinio al bar invece che nell’orto. Con mia grande gioia (un po’ meno quello di Donato)”.

Da una casualità la sua mansione viene pertanto rivista, sposando la sua attitudine, nonostante anche nella terra si destreggiasse bene. Ma, con un carattere così espansivo e allegro, era scritto nel suo destino il dover avere a che fare con i clienti in prima persona. Così continua a lavorare al bar del Caffè dell’Orto, crescendo in maniera importante, finché non arriva la notizia che, di lì a poco, sarebbe nato Alimenta, il bistrot della nostra rete con vista sull’Arco di Traiano. E sono in tanti a immaginare Amadou nel ruolo di responsabile di sala, in una nuova sfida che lo avrebbe visto per la prima volta nell’ambito della ristorazione, con tutto quello che richiede: spiegazioni di piatti, conoscenza degli ingredienti, un servizio più meticoloso e preciso rispetto a quello del bar.

Difficoltà? Pochissime. In poco tempo riesce a stringere un ottimo rapporto con i collaboratori, che lo aiutano ad affrontare questa nuova avventura, e in men che non si dica attira le simpatie di ogni cliente, arrivando a diventare quel punto fermo di cui Alimenta oggi non potrebbe proprio fare a meno.

“Il consorzio mi ha dato disponibilità e grandi opportunità per fare ciò che mi piace. Io ho sempre ricambiato mostrando tanta voglia di crescere e migliorarmi.

Infatti, sintomatico di ciò è il fatto che, durante il periodo al centro di accoglienza, chiesi di andarmene prima del termine del progetto. Mi piaceva lavorare all’orto e volevo continuare, conquistando la mia autonomia e la mia libertà pian piano. L’idea che qualcuno pagasse la casa dov’ero, non mi faceva sentire quella casa come mia. Dopo il primo periodo utile a imparare la lingua, bruciai presto le tappe finché ogni giornata passata al centro la vivevo come una giornata persa, rispetto alla possibilità di lavorare, imparare e crescere. Mi chiedevo continuamente: cosa sto costruendo per il mio futuro? Cosa farò uscito di qui? Come faccio a costruire una mia vita?

Sottostare a delle regole per ritirarmi, il non conquistarmi le mie piccole cose, era una situazione che mi stava stretta e che mi portò a chiedere al responsabile del centro di voler lasciare. I primi compensi frutto del tirocinio mi facevano ben sperare che sarei riuscito a pagare l’affitto autonomamente. In sintesi, volevo affrontare la vita lì fuori e arrivare a un’autonomia di vita. Mi attivai per procurarmi il documento (avevo soltanto una carta temporanea) andando in questura a informarmi, da solo. Una cosa non comune e me ne resi conto lì, quando mi dissero che, il più delle volte, capita il contrario, ovvero che nonostante i documenti in regola e il periodo dell’accoglienza sia terminato, le persone non vogliano lasciare la “comfort zone” del centro ed affrontare la vita al di fuori di esso.

Così trovai questa casa nei presso dell’arco di Traiano, la mia prima casa da solo: una sensazione di libertà totale, potevo gestire finalmente i miei spazi, i miei tempi, la mia vita. E poi un’altra cosa: il pensiero dell’affitto e della gestione dei soldi mi pose davanti un obiettivo su cui lavorare e, secondo me, questi sono stimoli necessari per darmi la forza di migliorare, giorno dopo giorno. Anche perché l’obiettivo principale, il vero motivo per cui sono partito, è di aiutare la mia famiglia economicamente. Mia madre, mio fratello e mia sorella, e altri familiari, dipendono da me e questa è una grandissima responsabilità che mi spinge a fare sempre del mio meglio. La vera motivazione per lavorare di più.

Senza contare mia figlia, Zara, nata qui a Benevento e che a breve compirà 4 anni, che ora vive con la mamma in Emilia. Con grande soddisfazione posso dire che ora riesco ad aiutare, ogni mese, tutte queste persone a me vicine. Ricordo ancora la grande emozione quando nacque, stavo lavorando e mi chiamarono per avvisarmi che stava arrivando il momento. Avevo 22 anni e lo ricordo come fosse ieri. Può sembrare che fossi troppo giovane ma in realtà sono mentalmente adulto da tanto tempo. Mio padre ci lasciò troppo presto e ho dovuto badare fin da piccolo alle richieste di mia sorellina e al mio fratellino, che inevitabilmente ritrovavano in me una figura paterna. Questa situazione mi ha forgiato e mi ha spinto a voler ricercare un futuro dove potessi essere libero, autonomo e senza dover chiedere niente a nessuno.

Se ora fossi ancora in Gambia, non riuscirei ad aiutare la mia famiglia come faccio ora. Non avrei potuto sognare di avere una casa mia, che pago con i miei soldi, frutto del mio lavoro e dei miei sacrifici.
Io da piccolo sono stato costretto a lasciare la scuola perché mia mamma non ce la faceva a gestire la famiglia da sola, cosa che invece, grazie al mio impegno, non è avvenuta con mia sorella e mio fratello, che ora seguono la scuola con continuità.

Io sono partito di nascosto da mia mamma, che non me lo avrebbe mai permesso in quanto è un viaggio molto pericoloso, ma pensando a dove mi ha portato quel viaggio ora, posso dire che lo rifarei altre mille volte”.