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di Gabriella Debora Giorgione

«C’è sempre tanta strada da fare, ma a Palermo ho incontrato coordinatori e operatori volenterosi, preparati e con una gran voglia di approfondire le loro conoscenze. Davvero una bella realtà, quella siciliana»: così, Musah Awudu, mediatore culturale, ha commentato i due giorni di lavoro di formazione fatta alle quattro équipe dei progetti del Sistema accoglienza integrazione-Sai ordinari dei Comuni di San Salvatore di Fitalia (Me), Bisacquino (Pa) e Palermo (ordinari e Minori stranieri non accompagnati-Msna).

Con lui, Giulio Ricotti, coordinatore nazionale di tutti i 29 progetti Sai gestiti dal Consorzio “Sale della Terra” tra i quali rientrano, appunto, anche i quattro siciliani: «Non sono mai incontri di sola formazione perché, al di là delle singole professionalità, le équipe sono parte di un sistema, il Sai, che è il più ampio sistema di accoglienza italiano e che richiede preparazione e competenze sempre in evoluzione e in formazione continua», dice Ricotti.

Il metodo utilizzato sia da Ricotti che da Awudu, che coordina tutti i mediatori dei 29 Sai di “Sale della terra”, è quello della “formazione partecipata”: focus tecnici che esplorano questioni di interesse pratico delle équipe, dunque «Non incontri a senso unico, ma di confronto: rilevazione oggettiva dei bisogni, casi di studio o question time, dubbi e necessità di chiarimenti», come precisa Ricotti.

La formazione è iniziata con un follow up rispetto al precedente incontro, nel quale era stata chiarita l’importanza dei ruoli dell’équipe multidisciplinare in riferimento ai compiti a supporto del percorso di integrazione dei beneficiari.

«Si è ribadito il principio base da tenere in debita considerazione del superiore interesse del minore e della sua partecipazione attiva e consapevole nel percorso. Sono stati due giorni di grande interesse e consapevolezza per tutta l’equipe e, naturalmente, di importanti spunti di riflessione e follow up per i prossimi mesi», precisa Barbara Bavone, coordinatrice di “Casa Aylan”, il progetto Sai del Comune di Palermo che accoglie Msna.

Di rilievo anche la presentazione, chiara e netta, del comportamento organizzativo che i membri dell’équipe devono tenere perché i loro ruoli non generino mai confusione tra i beneficiari che devono guardare agli operatori proprio come ai propri “punti di riferimento”.

Si è parlato anche di protezione internazionale, dello status di rifugiato, di protezione sussidiaria: i prerequisiti per poterla richiedere e delle procedure ad essa correlate come la direttiva procedura, la direttiva qualifica, il regolamento di Dublino, la direttiva accoglienza.

Ampio spazio è stato dedicato ai pilastri del diritto di asilo: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, lo statuto Unhcr del 1950, la convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati e il protocollo di New York del 1967.

Descritte e analizzate le “categorie vulnerabili” e della norma che le regolamenta, come l’art. 17 D.L. 142/2015; le possibilità di “rigetto” e le procedure correlate, con la distinzione tra “procedura accelerata” (in caso di paese sicuro) e del rigetto per “manifesta infondatezza” con eventuale decreto di espulsione. E infine approfonditi il “principio di non-refloument in riferimento all’art. 33 della Convenzione di Ginevra e gli elementi fondamentali per i richiedenti asilo, quali: fondato timore, persecuzione.

Sul ruolo del mediatore l’approfondimento ha riguardato il suo ruolo che è principalmente quello di trasmettere le giuste informazioni sulla legislazione internazionale, nazionale e locale: «Mi ha colpito molto quello che ha detto Musah sull’importanza della collaborazione attiva e del rapporto di fiducia tra il mediatore e i diversi professionisti coinvolti nell’équipe», ha detto Fabrizio Laudicina, coordinatore di “Casa Kemonia” il progetto Sai del Comune di Palermo che accoglie ordinari.

«Mi è stato particolarmente utile parlare dell’importanza di dare adeguato spazio al briefing pre-colloquio di mediazione tra équipe e beneficiari e della necessità di avere consapevolezza di ciò che è negoziabile, cioè i compiti quotidiani del progetto e di ciò che non è negoziabile, come le leggi o le regole», ha commentato Rossella Montalbano, psicologa nel progetto Sai di Bisacquino, piccolo comune del welcome che accoglie famiglie.

La motivazione e la passione: «Niente funzionerebbe nel progetto Sai se non ci fosse la motivazione, che è la base del nostro lavoro quotidiano. Alle volte dimentichiamo quanto sia complesso il lavoro che svolgiamo accanto a chi accogliamo», ammette Stefania Mazzei, operatrice all’accoglienza nel progetto Sai di San Salvatore di Fitalia, piccolo comune del welcome che accoglie famiglie.

C’è stato spazio anche per un focus sulla comunicazione: narrare, anzi auto-narrarsi, per le équipe significa innanzitutto avere uno sguardo sul proprio operato, ma anche saper tradurre in parole le emozioni che si vivono in comunità e renderle “testimonianza” di un metodo di accoglienza, quello pubblico del Sai, che è espressione e presidio di welfare e non “assistenza e servizio”.

La sensazione, alla fine dei due giorni di lavoro, è di «Grande positività, perché l’entusiasmo e la determinazione delle équipe ci danno conforto ogni giorno», ha precisato Angela Natoli, responsabile dei due Sai di Bisacquino e San Salvatore di Fitalia e coordinatrice di “Sale della Terra Sicilia”.

(le foto sono di Gabriella Debora Giorgione)