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Per cogliere l’essenza di documenti strategici, che hanno un’articolazione complessa, può essere utile concentrarsi sulla reiterazione di alcune parole chiave, che sono il simbolo di determinati ‘mondi’ di significati e di visioni. Analizzando con questo metodo ‘Italia domani’, il documento di presentazione del Pnrr, viene fuori un mutismo selettivo preoccupante.

La parola ‘transizione’ torna 127 volte, di poco sotto alla parola ‘digitale’, 143, mentre ‘salute’ viene reiterata in 39 occasioni e ‘povertà’ solo in 13, superata da ‘hub’, che ‘Italia Domani’ cita 14 volte. Come era facilmente prevedibile l’attenzione sulle ‘tecnologie’ è presente in ben 71 reiterazioni, mentre l’urgenza delle ‘rinnovabili’ è rimarcata 48 volte nel Piano.

Verrebbe da concludere che la differenza tra la ripresa postbellica degli anni 50, che fu segnata dal piano Marshall, e quella postpandemica degli albori del terzo millennio, scritta dentro il Pnrr, sia rinchiusa nell’investimento delle due transizioni, quella energetica e quella digitale. Non è un caso che su queste due fronti si concentri la maggior parte della spesa prevista, insieme alle grandi infrastrutture del Paese, tra cui quelle attese da diversi decenni, come i collegamenti ferroviari del Sud.

Continuando la ricerca, si scopre incredibilmente che ci sono tre fattori di un’ altra transizione che paiono non avere alcuna, o scarsissima, cittadinanza nella visione politica di ‘Italia Domani’. Nessuna visione della ‘transizione demografica’. Non c’è nessuna reiterazione di attenzione sui fenomeni dell’ ‘immigrazione’ (parola pronunciata una sola volta in tutto il documento), dello ‘spopolamento’ di aree del paese (4 volte) e della ‘denatalità/ invecchiamento’ (3 reiterazioni a testa). Si potrà replicare che la riduzione della denatalità non rientra nel raggio di azione temporale del Pnrr, mentre l’invecchiamento è considerato all’interno delle diverse politiche di welfare di prossimità.

Ma come si fa a pensare che nei prossimi cinque anni di ripresa e resilienza l’immigrazione possa essere un fattore umano avulso dallo sviluppo, una dinamica di banale regolazione dei flussi da considerare esclusivamente all’interno delle politiche incentrate sulla sicurezza? In un momento storico in cui l’Europa rappresenta solo il 5% della popolazione mondiale mentre il 4% del mondo è costituito da ‘migranti’ (di cui una buona parte sono i cosiddetti ‘migranti forzati’, che non scelgono di migrare, ma sono costretti da fattori ambientali e politici), e di fronte alle proiezioni demografiche che ci dicono che la sola nazione nigeriana avrà a breve la stessa popolosità del continente europeo, come si fa a pensare il domani senza una vera riflessione sulla transizione demografica in atto oggi? Ancor di più nell’Italia in cui il 70% dei Comuni viaggia sotto i 5mila abitanti e in cui intere aree del Paese vivono una desertificazione umana e ambientale progressiva, con la superficie agricola utilizzata scesa da 18 a 13 milioni di ettari.

Quale Italia di domani si può costruire se i fondi per l’immigrazione verranno sempre correlati alle logiche stantie di una sorta di welfare separatista (basato su centri di accoglienza) e non a quelle della ‘transizione’ per antonomasia (interazione ed integrazione al lavoro)? Quale ripresa del lavoro potrà esserci se il ‘decreto flussi’ resta immobile, nonostante le ottime intenzioni della ministra Lamorgese e la domanda del nostro sistema produttivo e nonostante i grandi squilibri ecologici e geopolitici in atto? Sarebbe il caso che il nostro Paese si comporti finalmente da grande potenza politica e industriale, da leader del Mediterraneo e non semplice Sud dell’Europa, rispetto al governo dei flussi migratori. Cosa ne sarebbe stato della Germania dell’Ovest, sconfitta dalla guerra, senza le politiche di integrazione dei migranti italiani e turchi degli anni 60 del Novecento che lì hanno trovato le loro fortune, facendo la fortuna di quel Paese? È possibile che ancora oggi tra l’Italia e la Germania gli investimenti per le politiche di integrazione abbiano uno iato così enorme, tra i 4 miliardi scarsi italiani spesi per accoglienza (di cui gran parte è un costo per assistenzialismo separatista) e integrazione (una piccola parte) e i circa 23 miliardi di euro investiti dai tedeschi?

Nel prossimo futuro, nella terra del popolo più vecchio di Europa, questa ‘Next Generation Eu’ che dovrebbe attuare la ripresa, per la quale oggi mettiamo pesantemente mano al portafoglio pubblico, non potrà esserci se non si investe anche sull’integrazione degli immigrati come leva insostituibile dello sviluppo. Ma tra le grandi riforme legislative innescate dal Pnrr manca ancora quella per lo Ius culturae-Ius soli.

Le due transizioni massicciamente finanziate, quella energetica e quella digitale, non potranno andare molto lontano senza un investimento sul fattore umano, sul quale la civiltà italiana, con il suo profondo e secolare umanesimo, potrebbe dire qualcosa al mondo intero.

Angelo Moretti
Presidente della Rete ‘Sale della Terra’

 

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