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di Francesco Boffa

«L’attesa e il riscatto»

Arrivo a Ponte in una giornata bellissima di sole, che mi permette di apprezzare al meglio la splendida cornice della Fattoria sociale Villa Mancini . Mi accoglie Mario, con un sorriso ospitale, in un’atmosfera che mi cattura per la sua vivacità: entrando vedo persone curare le piante all’ingresso della struttura, altre alle prese con la pulizia degli spazi esterni, compreso il pollaio, nei pressi del quale le galline scorrazzano libere. Entro e tra gli spazi comuni altri ospiti si occupano di prepararci un caffè in cucina, mentre si dedicano ad organizzare gli scaffali della dispensa.

In quest’atmosfera di lavoro, in cui ognuno è occupato a fare qualcosa, noto tanti volti allegri, intenti a svolgere la propria mansione. Sono le persone con disabilità che a Villa Mancini si occupano di diversi compiti, utili al mantenimento delle aree della struttura e alla produzione orticola e avicola che alla fattoria si svolge tutto l’anno.

Mario a Villa Mancini è un Tecnico dell’accoglienza sociale, una figura a metà tra un Operatore Socio Sanitario ed un coordinatore di struttura: in pratica, un facilitatore che si occupa sia di attività di cura e di assistenza, tipiche di un OSS, che di gestire l’area organizzativa, con tutte le relative figure professionali necessarie in un Centro Sociale Polifunzionale per persone con disabilità, ed i rapporti con l’esterno.

“Quella del tecnico dell’accoglienza sociale è una figura ancora poco conosciuta ma di cui vado orgoglioso: basti pensare che in Campania siamo ancora pochissimi, e per diventarlo ho dovuto seguire, ogni giorno, un corso di 2 anni ad Avellino.”

Gli chiedo quando comincia il suo rapporto con l’impegno sociale e poi con Sale della Terra, sapendo che Mario è una di quelle persone ad esserci dall’inizio, anzi, da prima dell’inizio di quest’avventura, quando diversi soggetti misero insieme la propria visione per creare una Rete locale di intenti comuni, ora diventata un metodo ed un modello nazionale.

“Una fase importante nella mia scelta di vita, in cui ho capito che dovevo dedicarmi all’impegno sociale, è stata sicuramente la formazione avuta, dall’ ‘89 in AGESCI e dal ‘96 in Unitalsi, che mi hanno portato ad essere quel che sono nell’orientarmi sempre nell’aiuto al prossimo, insegnandomi a mettere davanti all’io il noi.

Nel 2001, durante l’anno di servizio civile in una casa famiglia per minori a Venticano, conobbi Angelo Moretti, in quanto i suoi figli adottivi frequentavano la stessa struttura, ed instauro da subito un buon rapporto con lui.

Diversi anni dopo seguii diversi corsi insieme ad Angelo ed altri operatori con l’obiettivo di formare le nostre competenze sul disagio psichico ed allargare il nostro sguardo sul tema”

Ed è qui che intanto comincia a farsi strada il concetto di cura personalizzata?

“Sì, ed è esattamente in quell’esperienza, quando nel 2013 ci fu l’incontro tra Angelo, che portava con sé l’esperienza del CSP “È più bello insieme”, la casa Unitalsi, l’associazione di Serena Romano che lavorava da tempo col disagio psichico e lottava per i diritti delle persone con disabilità, e la professionalità del Dott. Serenelli, Psichiatra appena andato in pensione che decise di donare il suo tempo, che ci rendemmo conto che bisognava spingere affinché venissero attivati i PTRI, Progetti Terapeutici Riabilitativi Personalizzati, un nuovo sistema di cura che guardasse alla singola persona.

Questo ha fatto sì che si creassero, di lì a poco, il Borgo Sociale Regionale di Roccabascerana, che allora aveva solo 10 posti, e dopo 2 anni Villa Mancini, una delle poche strutture subito pronta ad accogliere, con tanto spazio e con un team di operatori che nel frattempo avevano acquisito una certa esperienza formativa.

Allora qui c’erano Mariagrazia D’Aniello – attuale responsabile di Villa Mancini – e Liliana Apollonio – allora responsabile di Villa Mancini, oggi alla guida del comparto di Artigianato Inclusivo della Rete e della cooperativa di comunità “Conlaboro” – mentre io sono entrato nel gruppo nel 2018, poco dopo che è nata mia figlia. Prima ho fatto da referente per la struttura di Chianche, dedicata a persone con disagio psichico, e poi per un anno e mezzo mi sono dedicato ad una vera sfida: una persona ex OPG che necessitava di accompagnamento.

Fu una grande assunzione di responsabilità accettare di lavorare con una persona con tanti problemi, grosso, alto, con i carabinieri che ti chiamavano di notte.

Quando poi nacque mia figlia per un po’ combinai le due cose. Poi sono entrato nell’équipe di Villa Mancini, dove ho rivisto amici e colleghi con cui già lavoravo, oltre a persone alle quali avevamo dato un’opportunità, ed è stato bello ritrovarli qui cresciuti e migliorati.”

Cerco di calarmi nello stravolgimento di abitudini vissuto, tra la nascita della figlia ed un primo incarico personalizzato che richiedeva un crescente impegno; felicità e preoccupazione camminavano insieme, poi al termine dell’incarico inizia l’avventura a Villa Mancini, che porta in sé tanti cambiamenti positivi.

“Ricordo che Angelo, quando mi sono ritrovato a svolgere compiti di maggiore responsabilità con la persona in carico e mostravo le mie preoccupazioni, mi accese la lampadina dicendomi che, crescendo, si fanno inevitabilmente dei cambiamenti improvvisi.

Nel mio caso il cambiamento è stato doppio: ho aspettato 7 anni che mi nascesse una figlia, periodo in cui mi sono posto tanti problemi e pensato più volte all’adozione. Sono quindi arrivate, parallelamente, l’enorme felicità per aver avuto la figlia che aspettavo da tanto e, insieme, la grande assunzione di responsabilità nel mio primo incarico personalizzato, dando tutto me stesso affinché quel PTRI non fallisse.

Ed il cambiamento l’ho poi vissuto cambiando l’angolazione: non un fallimento bensì un adeguamento, un cambiamento di prospettiva.

Tutto ciò mi ha fatto molto riflettere anche sulla scelta di perder peso: se io per primo sono sciatto e peso tanto, che esempio posso dare ai ragazzi che ho in cura? Ed anche a mia figlia quando sarà più grande?

Così, nel primo periodo a Villa Mancini, oltre a liberarmi dal peso fisico, nel frattempo mi liberavo dal peso mentale, dando dimostrazione di poter riuscire nei propri obiettivi se si è convinti di farlo.

E nel frattempo riprendevo alcune passioni, come quella della bicicletta, dimostrando a me e agli ospiti in cura che con forza di volontà si può riuscire in cose lasciate nel passato. Così come la cucina, che prima per me era una malattia, ora è diventata un’attività istruttiva dove mi diverto a presentare bei piatti e fare educazione alimentare nell’ambito dei laboratori che svolgiamo qui.

Ho dato a me stesso e, insieme, alle persone in cura. È importante questa reciprocità, fa sì che delle vittorie ci possono essere e sono dimostrabili. Questo è un tipo di lavoro che se fai in maniera fredda i ragazzi lo capiscono. Se lo fai con amore lo percepiscono e sono disposti a seguirti in ogni attività.”

Come vivi qui la quotidianità?

“Di ciò che faccio amo l’imprevedibilità, ogni giorno è diverso: non sai mai come trovi la situazione.

Vedi ospiti del Centro dedicarsi alla piantina, e poi alla trasformazione in barattolo di salsa, facendogli rendere conto che le potenzialità ci sono. È bello quando posso sperimentarmi, testare nuove ricette in cucina, contando sulla loro collaborazione.

Cose che già mi piacerebbe fare da solo, ma che fatte insieme significano divertimento, lavoro, collaborazione, soddisfazione nel vederli realizzati, utili per sé stessi ma anche per gli altri, notando miglioramenti fase dopo fase.

La bottiglia finita di salsa o il barattolo di zucchine rappresentano una vittoria per tutti, operatori ed ospiti.

Chi frequenta Villa Mancini si sente stimolato ogni mattina ad alzarsi e fare qualcosa; se avessimo a disposizione soltanto il piano di sopra della Villa sarebbe una situazione replicabile in qualsiasi palazzo, dove sì fai socialità ma risulta impareggiabile rispetto alla socialità con le opportunità che questo luogo offre e che permette alle persone con disabilità che vivono qui di migliorare notevolmente la propria qualità di vita, facendo intanto la loro parte in una piccola comunità.

C’è pure la gratificazione finale di fare un’uscita fuori col soldo guadagnato da quell’uovo venduto.

Non avrei mai pensato di essere in grado di riuscire a coordinare tutte queste attività, e per questo devo ringraziare chi ha creduto in me.

Ogni prodotto finito qui ha il sapore della riuscita, del riscatto sociale di chi ci vive e di ogni singolo operatore che ha fatto questa scelta.”