di Gabriella Debora Giorgione –

Arriva all’intervista un po’ sporco di pittura, il tuppo dei capelli rasta raccolti come solo a lui riesce.
«Che hai fatto?», e mi scappa un sorriso pieno.
«Evelin e Celeste dormono, io ho trovato una sedia vecchia nell’immondizia e nel frattempo l’ho restaurata», lo dice come se avesse appena fatto solo un caffè, così, normale.
Francesco De Marco è il Responsabile del “Caffè dell’Orto, Fattoria sociale di Casa Betania”, uno dei luoghi storici, quasi sacri, di Sale della Terra.
Se per lui dovessi trovare un “aggettivo riassuntivo”, userei “naturale”. Non c’è niente di studiato, di schermato, di costruito, in questo giovane uomo che emana energia allegra allo stato puro.
«Ma insomma, questa del restauro è proprio una mania, ma da dove ti nasce?», gli chiedo a rimbalzo.
«Bella domanda. Quando andavo all’Università, a casa a Torrecuso mi ero fatto una cameretta piccolissima, ma tutta piena di cose che inserivo: mensole, ripiani, di tutto. Forse è nato tutto lì».
Francesco si è laureato in Scienze Politiche dell’Amministrazione alla Federico II di Napoli, tesi di laurea sulla strage di Portella della Ginestra, focus sui rapporti tra Servizi segreti e bandito Giuliano: «Pensa un po’ quanto non avevo capito della mia vita! – mi dice – A diciotto anni mi interessava molto la politica, ma penso che mi confondevo tra politica e sociale, perché io mi sentivo molto attratto dall’idea di stare vicino agli ultimi, ai fragili».
E’ nato a Monza, dove i suoi genitori si erano trasferiti per lavoro: «Tu devi sapere che da bambino io a Cologno Monzese ero nella comunicazione, facevo le pubblicità alla Mediaset: il grande circo di Rete4, Giorgio Mastrota, Bravo bravissimo, ti ricordi Ciribiribì Kodak?», mi rivela e ridiamo come matti.
Quando frequentava la terza elementare, da Cologno Monzese si trasferisce a Torrecuso, i genitori rientrano nel paese di origine, dove Francesco cresce praticamente nella piazza e tra i vicoli.
Sono gli anni del G8, del Social forum, Francesco frequenta il Liceo classico Giannone di Benevento ed è quasi “naturale” per lui scegliere Scienze politiche. Dopo la triennale, un Master un Fundraising. Poi, la specialistica.
Sono anni in cui Francesco vive intensamente ed esprime la sua carica interiore in una irrequietezza esteriore, tipica di chi è pieno di sensibilità inespressa.
Un anno prima di concludere la Laurea specialistica, Francesco entra all’Orto di Casa Betania, del quale nel frattempo suo fratello, Donato, era diventato Responsabile.
«Appena ci sono entrato la mia vita è cambiata – dice Francesco – l’Orto mi ha dato tutto. E quella cameretta che ti dicevo prima, per me oggi è l’Orto. Io sto arredando ancora la mia cameretta, la sto arredando un po’ più grande, la sto arredando per renderla un progetto di vita, sto arredando la mia cameretta della vita».
Difficile continuare. Ingoio l’emozione e arranco un aggancio per continuare.
«Cosa ti piace del tuo lavoro?»
«Vedi, per me l’Orto è stato, ed è, una tela sulla quale posso dipingere quello che voglio, quello che sento. Ed è una tela che si può allargare all’infinito».
Francesco mi racconta del suo incontro con Evelin e della piccola Celeste: un amore e una bimba nati all’Orto.
Si conoscono nel 2015: «Io le dissi: “io e te un giorno faremo una figlia insieme”, lei mi rispose “io e te fra una settimana ci lasciamo”. Ho vinto io».
Quando Donato lascia l’Orto, Angelo Moretti chiede ad Evelin e Francesco di prenderne le redini. Lui lascia a lei la conduzione: «Non mi sentivo pronto, dovevo completare ancora qualche parte di me. E sapevo che con Evelin avrei avuto più libertà e avrei potuto spaziare, sognare e creare meglio l’Orto».
Adesso invece Francesco guida l’Orto di Casa Betania con grande senso di responsabilità, in pienezza, perché accanto alla “gestione” trova respiro il suo amore per quella cameretta della vita che sta costruendo da quando era un ragazzino.
Esco dall’intervista ricaricata, ma con un senso di forte responsabilità nel dovere “maneggiare” il racconto di una persona che mi ha messo nelle orecchie e negli occhi tutta la sua vita senza nascondere nulla.
Naturale, appunto.
E mi sovviene un bene, un bene intenso.