É la prima struttura che accoglie donne vittime di tratta nel beneventano, nata all’interno del progetto Fuori Tratta. Esther era una vittima di tratta, si prostituiva. Il suo corpo è stato ritrovato nei pressi della stazione di Benevento nel 2016, era nigeriana. È morta assassinata a 36 anni, uccisa con sette colpi di pistola. Alle ragazze che ora vivono nella casa a lei intitolata ogni giorno si prova a mostrare che il percorso per uscire dallo sfruttamento e tornare all’autonomia è difficile, ma non impossibile

Gaia ha 21 anni. Dall’Ucraina è arrivata in Italia nel 2018. “Volevo fare la badante”. E mentre lo dice gli occhi castani che le scavano la faccia sorridono beffardi e tradiscono il pensiero. “Che ingenua”. «Ho un fratello e quattro sorelle. Una sorella sta qua con me».

Qua con me” per Gaia significa “La Casa di Esther”. La prima casa di accoglienza per donne vittime di tratta nella città di Benevento, aperta lo scorso agosto, destinata alla messa in protezione, alla riabilitazione psico-sociale e alla co-costruzione di progetti individualizzati per le vittime di gravi forme di sfruttamento. Gestita dal Consorzio Sale della Terra, “La casa di Esther” è nata all’interno del progetto Fuori Tratta, finanziato dal dipartimento delle pari opportunità, di cui è capofila la Cooperativa Sociale Dedalus che collabora con il Consorzio e altri tre enti attuatori in Campania: il Centro Fernandes; la Cooperativa sociale Eva e l’Arci di Salerno.

Esther non è un nome scelto a caso. E la storia di Gaia, come quella delle altre tre ragazze che oggi vivono con lei, e di tante altre ancora – un numero esageratamente alto e ancora indefinito in un Paese che vuole dirsi civile – sono tutte intrecciate. Esther, come Gaia, era una vittima di tratta, si prostituiva. Il suo corpo è stato ritrovato nei pressi della stazione di Benevento, era nigeriana. È morta assassinata a 36 anni, uccisa con sette colpi di pistola. Era stato un macchinista delle ferrovie a lanciare l’allarme. Dare il suo nome ad una casa di accoglienza ci aiuta a tenere viva la memoria della sua vita, a non dimenticarla. E alle ragazze che ora ci vivono questa struttura non vuole offrire solo percorsi di fuori uscita, ma davvero mostrare che un’altra strada non solo esiste, ma è pure possibile.

La sorella di Gaia, quella che “sta qua con me”, in Italia invece è arrivata nel 2016, con “un’amica”. Per nove mesi ha lavorato come bracciante nelle campagne di Mondragone. Poi questa amica le ha fatto conoscere altri amici, albanesi. Uno in particolare: «All’inizio tutto troppo bello», raconta Agata nel suo italiano ancora incerto nella forma ma preciso, pungente, dove il messaggio non può essere confuso. «Sempre ristorante, sempre regali. Ero come la sua fidanzata. Poi un giorno ha detto: “devi lavorare. Se vai con gli altri o mi denunci, faccio male a a te e alla tua famiglia”». E a picchiare l’ha picchiata. Un giorno in campagna alla fine del turno di lavoro. E da quel momento Agata non ha più raccolto le fragole, ma gli umori dei clienti sulle strade: è diventata una prostituta.

Lavoravo dalle nove e mezza di mattina a mezzanotte. Facevo 6mila euro al mese, davo quasi tutto a lui

Agata

«Lavoravo dalle nove e mezza di mattina a mezzanotte. Facevo 6mila euro al mese, davo quasi tutto a lui. Solo qualcosa nascondevo per mandare alla famiglia. Di domenica mi portava a Napoli nei negozi cinesi per comprare vestiti, che i vestiti si dovevano cambiare a volte».

I soldi alla famiglia di Agata arrivano per mezzo di un cliente fisso che li spediva al posto suo. Uno dei circa 15 al giorno, che in un mese fanno 450. Agata è scappata quando ha capito che il gruppo criminale che la sfruttava voleva vendere sua sorella Gaia ad un altro gruppo ancora, forse al Nord Italia: «Ho detto basta. Siamo scappate. A casa abbiamo detto che ci hanno messo in mezzo a una questione di droga. Non sanno del lavoro che abbiamo fatto. Ora voglio solo una vita nuova, imparare italiano, vedere la famiglia».

«La Casa di Esther, in ordine cronologico, è l’ultimo degli interventi che il consorzio ha sviluppato nel campo dell’accoglienza delle vittime di tratta», spiega Mariaelena Morelli, coordinatrice generale politiche migratorie e accoglienza di “Sale delle Terra”. «In questi anni abbiamo provato a garantire servizi di pronta e seconda accoglienza attraverso un’equipe multidisciplinare. Abbiamo sviluppato attività di identificazione e di valutazione di potenziali vittime segnalate dall’ente gestore, dal Numero Verde Anti-Tratta, dallo Sportello Migrantes della Caritas Diocesana di Benevento, dai servizi territoriali o dalle Unità Mobile di Strada. Il nostro obiettivo è la promozione di percorsi di inclusione socio-lavorativa attraverso attività per il rafforzamento delle competenze di base e per l’accompagnamento all’autonomia, coinvolgendo anche un circuito di aziende e di cooperative».

Fatima, 25 anni, in Italia è arrivata nel 2015. In Nigeria ha lasciato un bambino piccolo, partorito per strada. Concepito dopo una violenza fisica. Per lei spazio e tempo si confondo. Dilatano o accelerano a seconda delle emozioni. Il suo villaggio in Nigeria, il deserto, i mesi in Libia. La salvezza trovata tra le braccia di un soccorritore sconosciuto che dall’acqua l’ha portata su “una nave grande”, come dice lei. La nave della ong che l’ha salvata, vista dal gommone alla deriva dove stava, le deve davvero essere sembrata una montagna. L’arrivo a Lampedusa, poi il centro di accoglienza a Bologna. Il mare l’ha risparmiata, la strada no. Il contatto con la Madame, la sfruttatrice, non c’ha messo molto ad arrivare. «Io la conoscevo la mia madame», dice. «Era l’amica delle signora che tiene il mio bambino in Nigeria».

La sfruttatrice “era l’amica della signora che tiene il mio bambino in Nigeria” è una frase semplice che chiude il cerchio. Dentro al cerchio però c’è una voragine. Fatima non lo sapeva, ma quando è stata scelta per partire per l’Italia, il suo destino sulla strada era già stato deciso da altri. Lei parte, e quando parti hai già un debito sulle spalle. Arrivi in Italia. L’unico numero che hai per chiedere aiuto è di una persona che fa parte di un gruppo criminale che ti sfrutterà. Intanto tuo figlio resta con un’altra donna. Se mandi soldi, lavori e non dai problemi, tuo figlio mangia e cresce. Ma se non collabori tuo figlio, la vita di tuo figlio, sono sempre minacciati.

«Il primo giorno in strada mi stavano ammazzando i marocchini. Ho trovato un modo per scappare, sono andata in Germania, mi ha ospitato una mia amica. Ma anche la mia amica lavorava in strada». E le strade sono tutte dolorose. Quando dopo qualche anno Fatima ha provato un’altra volta a fuggire si è rivolta alla polizia tedesca. Ma le sue impronte digitali erano registrate in Italia. Così l’hanno rispedita qui, ed è arrivata al Centro Caritas di Casarta e poi alla Casa di Esther. «Voglio stare qui con un good work», dice un po’ in inglese e in un italiano appena abbozzato. «Voglio una famiglia come desidero. Figli e portare qua anche il figlio della Nigeria».

Nella “Casa di Esther” oltre ad offrire accoglienza e ospitalità le ragazza frequentano corsi di italiano – ora da remoto a causa dell’emergenza Coronavirus. E poi ancora «insieme all’assistenza sanitaria e legale», continua Morelli, «proponiamo corsi di orientamento al lavoro, laboratori di artigianato tessile creativo, alimentari, di teatro. L’obiettivo di tutte le attività è far arrivare le ragazze all’autonomia».

Gaia, Agata, Fatima sono solo alcune delle beneficiarie di Fuori Tratta in Campania. «Sei strutture di accoglienza e 50 posti letto», spiega Andrea Morniroli, socio della cooperativa Sociale Dedalus. «Case di fuga, di prima e seconda accoglienza. Lo stesso spettro dell’accoglienza è molto differenziato. Le persone arrivano da segnalazioni delle varie unità di strada, dal Numero Verde Nazionale Anti-Tratta. A volte a chiamarci sono le stesse forze dell’ordine e quando una persona vuole denunciare il suo sfruttatore incomincia, insieme al percorso di accoglienza, anche quello di tutela legale».

Per ogni persona sottratta al traffico togli alle organizzazioni criminali dai 50 ai 70mila euro all’anno

Andrea Morniroli, socio della Cooperativa Sociale Dedalus

I percorsi di accoglienza sono lunghi, a volte dolorosi. Ma necessari. «Non esiste un tempo fisso», spiega Morniroli, «ma un percorso reale lo costruisci tra i 18 e i 24 mesi. Spesso cambia anche in base alle nazionalità. Di solito le donne del’Est sono più strutturate e i percorsi sono più brevi, questo vale anche per gli uomini che arrivano dallo sfruttamento lavorativo. Le ragazze nigeriane invece sono le più fragili, giovani, arrivano che sono quasi analfabete».

Negli ultimi anni il sistema nazionale anti-tratta si è intrecciato con i flussi dei richiedenti asilo. «Le donne nigeriane», continua Morniroli, «sono arrivate sui barconi. Nel 2016 sono entrata 11mila donne nigeriane. Tutte trafficate, tutte con un debito sulle spalle da restituire».

Il sistema nazionale anti-tratta gode ad oggi del massimo finanziamento mai erogato: 23milioni di euro. «Briciole», spiega Morniroli. «I posti letto totali sono 1800 e non bastano per tutti. Facciamo i salti mortali».

Negli ultimi 20 anni i progetti anti tratta hanno avuto un finanziamento totale medio che oscilla tra i 17 e i 18 milioni di euro l’anno. «In 20 anni», spiega Morniroli, «sono 26mile le persone uscite dal circuito dello sfruttamento. Per ogni persona sottratta al traffico togli alle organizzazioni criminali dai 50 ai 70mila euro all’anno. Soldi che le organizzazioni criminali di solito reinvestono in traffico di armi e droga. Perciò la questione della tratta ci riguarda tutti e da vicino. Questo non si dice mai quando parliamo di servizi sociali. Non è solo la tutela delle vittime – e sia chiaro per lavorare ci basta anche il fatto che una sola donna esca dalla tratta ,questo è il mio mandato costituzionale – però oltre a tutelare le vittime, investire fondi in progetti anti tratta, significa anche supportare le comunità intera e contrastare la criminalità».

I nomi e i riferimenti temporali delle beneficiarie del progetto sono stati modificati per questioni di privacy

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