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Abbiamo avuto la fortuna di assistere in diretta al tocco divino di un Papa che ha sacrificato fisicamente la sua vita per il bene del regno spirituale che gli era stato affidato, con un gesto santo e scaltro. Le dimissioni di Ratzinger hanno ricordato lo sforzo enorme di Sansone: non c’era altro modo di raggiungere la salvezza se non quello di far crollare l’intero palazzo in cui si nascondevano i filistei-predatori

di Angelo Moretti su VITA NO PROFIT

Ci sono gesta di grandi personaggi che sintetizzano le loro vite e le scolpiscono per sempre a memoria futura. Hanno fatto tanto e molto di più di quel singolo atto, ma è nella tempestività, coraggio, fantasia e perfezione di quella scelta che hanno scritto la storia. Tra il serio ed il faceto si può far memoria della decisione di Churchill di attraversare “l’ora più buia”, portando l’Inghilterra in guerra contro la Germania nazista che dilagava, ed il tocco di mano di Maradona con cui fece il “gol del secolo” contro l’Inghilterra. Una decisione sofferta ed un gesto rapido e poi un successo apparentemente imprevisto.

Il sacerdote Joseph Ratzinger che ha scoperto la sua vocazione durante il nazismo, l’esimio teologo tedesco che ha scritto pagine fondamentali di dottrina cattolica, il giovane cultore che partecipò al Concilio Vaticano II assumendo posizioni progressiste, il cardinale che ha presieduto la congregazione per la Dottrina della fede attraversando le sfide della modernità e della politica globale ( il comunismo, la teologia della liberazione, la critica al liberismo), il primo pontefice tedesco della Chiesa Cattolica, colui che ha aperto la prima vera commissione di inchiesta in Vaticano per perseguire i reati di pedofilia commessi dai consacrati, alla fine verrà ricordato nei secoli per essere stato il primo Papa a dimettersi dopo il precedente di Gregorio XII. Le sue sono dimissioni distanti anni luce, e non solo sei secoli, da quel precedente. Gregorio XII prende la sua decisione quando la tensione scismatica in occidente era alle stelle, ad Avignone venivano eletti gli antipapi che creavano altrettanti cardinali, ed il pontificato di Roma era sotto attacco. Il gesto di Gregorio non ha fatto “scuola”, è stato da sempre contestualizzato in quella crisi di rapporti di potere tra papato ed imperi di Europa.

Il gesto di Benedetto XVI cambia la storia. Il teologo raffinato ha raggiunto, tra studio e preghiera, la comprensione che le dimissioni di un Papa non sono per la fede cattolica un tradimento, un gesto codardo di chi decide di scendere dalla croce perché sente di non riuscire più a reggerla, come qualche giornale italiano improvvidamente titolò il giorno dopo l’annuncio, ma una legittima possibilità dell’uomo-Papa di esercitare il libero arbitrio nella sua funzione, nel perseguimento della via per la santità, sua e della Chiesa, scopo ultimo di ogni fedele. Benedetto XVI nelle sue dimissioni fu chiaro: “Ci vogliono energie nuove per guidare la chiesa nella tempesta” e lui si accorse di non averne a sufficienza, con il rischio di arrecare danni importanti alla vita futura della Chiesa Cattolica, che non riusciva a liberarsi dalle influenze di diversi gruppi di potere che intendevano attanagliarla ed imprigionarla in logiche mondane di potere economico e politico.

Come ha ricordato Franco Miano, ex presidente di Azione Cattolica, sul numero speciale di “Avvenire” di ieri, qualche mese prima dell’annuncio il Papa mise in guardia gli educatori di AC sottolineando come i peccati personali stavano diventando “strutture di peccato”. Non si può non pensare a quel groviglio di interessi economici e finanziari che poco dopo le dimissioni sono caduti come un castello di sabbia. Il gesto atletico di Ratzinger ha ricordato lo sforzo enorme di Sansone: non c’era altro modo di raggiungere la salvezza se non quello di far crollare l’intero palazzo in cui si nascondevano i filistei-predatori.

Benedetto, uomo schivo ed intellettuale fino al midollo, preferisce attirare su di sè tutta l’attenzione e lo sconforto del mondo e della sua stampa, passare alla storia per le sue dimissioni più che per i suoi importanti scritti dottrinali, pur di mettere in salvo la Chiesa, che è sempre un “noi” più alto dei fedeli che la compongono e non un “io” fine a se stesso. La Deus Caritas Est e la Caritas in Veritate resteranno pietre miliari del pensiero sociale e spirituale cattolico, ma è il gesto delle dimissioni la vera enciclica incarnata di questo Papa. Il suo martirio è lungo, non finisce con il crollo. Il grande conferenziere e scrittore, si ritira in clausura per nove anni. Una clausura significativa vissuta in un palazzo al centro del Vaticano, così che nessuno potesse non accorgersi di una sua uscita ed al tempo stesso vicino fraternamente al Papa che lo avrebbe seguito, disponibile a dare consigli solo al successore e solo se richiesti. Abbiamo avuto la fortuna di assistere in diretta al tocco divino di un Papa che ha sacrificato fisicamente la sua vita per il bene del regno spirituale che gli era stato affidato, con un gesto santo e scaltro. Da lui, da quella capacità di intuire in che modo un uomo possa lasciare fare agire la mano di Dio nella storia, con il ricorso alla fantasia ed ai pensieri divergenti/femminili e non solo ai ragionamenti lineari/militari/maschili delle forze in campo, avremo lezioni da apprendere per il cambiamento futuro non solo del potere religioso, ma anche e soprattutto dell’esercizio del potere in genere.