di Gabriella Debora Giorgione – 

La incontro durante una pausa nel Laboratorio tessile della Cittadella del Welcome: Liliana Apollonio – Direttrice del Comparto “Artigianato inclusivo” della Rete di Economia Civile “Sale della Terra” si allontana con me e chiacchieriamo un po’, anche se dall’altra stanza ogni tanto la reclamano.
Hai i capelli lunghi, non la vedevo da tempo, e questo le conferisce un aspetto ancora più sfilato e “ragazzino” del solito.
Sono pieni di lavoro: “linea home”, “linea di Natale” e complementi d’arredo in ceramica, la produzione è serrata, non ci si ferma e il viso un po’ tradisce la stanchezza, ma anche tanta tanta gioia.
Ma che ci fa un’Assistente sociale nella direzione dell’artigianato inclusivo di una Rete di economia civile nazionale? Dodici anni nei servizi sociali, negli Ambiti territoriali in diversi Comuni del Fortore, macinando chilometri e aprendo solchi di welfare quando la Legge 328/2000 era stata da poco emanata: Liliana nel 1997 si Diploma alla Scuola Diretta ai Fini Speciali per Assistenti Sociali, quindi l’integrazione e la Laurea in Scienze Sociali.
Nel 2001, il matrimonio con Silvio – con il quale era fidanzata dall’età di sedici anni – e poi la nascita delle due figlie, Mara ed Elena. Insomma, una donna affidabile e “inquadrata”: proprio niente a che vedere con la piccola Liliana, conosciuta anche come “la tigre della Malesia” per quanto era terribile.
«Vivevo sugli alberi, un maschiaccio, ad otto anni guidavo il trattore, a dodici la macchina. Impossibile giocare con me, ero tremenda. Pensa che ad otto anni avevo fatto la valigia e volevo scappare da casa perché non mi capivano, mi sentivo soffocare all’idea di dovere per forza rispettare le regole, ero uno spirito libero, volevo fare quello che dicevo io». Insomma, mamma Vincenza ha dovuto faticare non poco con la piccola Lili, mentre Fabio, Anna e Fernanda, gli altri tre figli, per fortuna erano ragazzi tutto sommato tranquilli. Papà Pasquale, che per sedici anni aveva vissuto in Svizzera, lavorava nell’edilizia e nell’agricoltura.
La piccola Liliana “accontenta” la famiglia e ad otto anni decide di restare a casa finendo le elementari e le medie sotto casa, a Sassinoro. Poi le superiori a Campobasso, all’Istituto Tecnico Femminile Statale Sperimentale. Da lì, all’Università, sempre nel capoluogo molisano, vicinissimo e molto ben collegato con il piccolo comune sassinorese. Anche se, in realtà, Liliana avrebbe desiderato diventare veterinaria: «Ma sarei dovuta andare fuori, troppo complicato. Poi superai il concorso per entrare alla Scuola per Assistenti sociali che tutto sommato, visti gli studi superiori che avevo fatto, non mi dispiaceva, quindi mi ci sono dedicata a capofitto».
Nel 2002 Liliana entra con un contratto nell’Ambito territoriale come Assistente sociale, ma nel 2013 le cose si mettono male: l’Ambito le chiede di firmare un contratto che prevedeva una perdita di una serie di diritti, Liliana rifiuta e così la licenziano, dopo 11 anni. Contemporaneamente anche Silvio perde il lavoro. La famiglia comincia a pensare di trasferirsi in Inghilterra, dove avevano alcuni amici.
Nel frattempo, Angelo Moretti cercava personale per le équipes multidisciplinari nei Progetti terapeutici Riabilitativi Individualizzati. Un’amica glielo riferisce, Liliana va a fare il colloquio e viene assunta. Inizia il cammino alla Fattoria Sociale “Villa Mancini”, a Ponte: «La difficoltà psichiatrica mi spaventava, all’inizio pensavo di non essere all’altezza. Ma credimi, con loro ho rotto le mie barriere emotive e fisiche: i loro abbracci, il loro affetto fisico, ti cambia la vita. Nelle strutture pubbliche c’è sempre la distanza di una scrivania tra te e la disabilità. In una casa sei in famiglia, sei uno vicino ad uno e si annullano tutte le distanze anche affettive, emotive, oltre che fisiche».
Le difficoltà? «Tante: gestire una struttura, la stanchezza, la paura di non farcela».
Cosa aiuta? «Che non sei mai da sola, in “Sale della Terra”».
Adesso Liliana dirige un Comparto produttivo, l’artigianato inclusivo: accoglie le fragilità, ne esalta le abilità alla tessitura o alla costruzione di oggetti di arredo, ma la responsabilità è ancora più grande.
«L’obiettivo adesso è rendere l’Artigianato inclusivo “Sale della Terra” un Comparto produttivo stabile, l’obiettivo è dare lavoro alle persone che mi sono affidate che non avrebbero la stessa possibilità di lavoro, fuori da “Sale della Terra”».
Contemporaneamente, Liliana è Assistente sociale nel Progetto SAI e Manager di prossimità nel Progetto “Ribes”. Ma dove lo troverà il tempo di fare tutto questo? «Francamente, non lo so! La nota dolente forse sono solo le mie figlie, ho sempre poco tempo per loro ed hanno un po’ ragione», sospira e scoppia a ridere.
«Che domanda complicata, Gabri: perché sono “Sale della Terra”? Noi siamo “Sale della Terra” perché diamo una opportunità a chi non ce l’ha e ne scopriamo la bellezza che altrove non si vedrebbe».