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Libertà Partecipate è la piattaforma di lavoro, la cui è responsabile per “Sale della Terra” è la D.ssa Adele Caporaso, che dal 2012 si occupa di accoglienza e reinserimento socio-lavorativo per ex detenuti e detenuti, dimostrando nel tempo, tramite studi certificati* come la recidiva del reato risulti molto più bassa per coloro che hanno usufruito di misure alternative alla detenzione

Dalla creazione della piattaforma le prese in carico nell’ambito di Libertà Partecipate sono state 206 soltanto negli ultimi 4 anni. Alla nascita della piattaforma si contarono 70 prese in carico nei soli primi 2 anni, dal 2012 al 2014 fino ad arrivare, negli ultimi anni, alle 86 prese in carico nel solo 2019 (divisi tra affidamento in servizio sociale, messe alla prova, progetti di agricoltura sociale, percorsi in laboratori di artigianato, tirocini di lavoro, di cui alcuni confluiti in contratti di lavoro stipulati, ingressi in dormitorio con permessi premio), con un leggero calo nel 2020 e nel 2021, dovuto alla pandemia (con, rispettivamente, 41 e 48 prese in carico)

“Vivere la pena dell’altro come se fosse la nostra fu l’intuizione che con don Nicola De Blasio condividemmo per dar vita alla piattaforma “Libertà Partecipate” nel 2011″ – così il Presidente Angelo Moretti ha introdotto l’operato della piattaforma durante il convegno “Tra cura e giustizia”, organizzato nell’ambito della Fiera “Fa la cosa giusta” Umbria la scorsa settimana, “La nostra esperienza tra esecuzione penale esterna e cooperazione sociale risale al 2003, quando in seguito alla legge Simeone arrivarono al Centro È più bello insieme i primi condannati che scontavano la pena “mettendosi alla prova” e non dietro le sbarre.

Fu un’esperienza straordinaria che ci segnò e ci insegnò tantissimo e da allora non abbiamo mai smesso di aprire le porte delle nostre strutture sociali ai detenuti ed ai condannati perché la pena diventasse davvero rieducativa e sociale, partecipata dalla società civile e non solo un “affare” tra il reo e le istituzioni penali. Con l’arrivo della collaborazione in Caritas capimmo che bisognava fare un salto anche pastorale, prendere la massima di Gesù “ama il prossimo tuo come te stesso” e “spingerla fino al confine più profondo”, condividerne idealmente, empaticamente e concretamente la pena. Ogni volta che una persona entra in carcere la comunità ha perso.

Ogni volta che quella persona è costretta ad oziare dentro una cella perché non ha offerte di lavoro, interne o esterne alla struttura, lo Stato fallisce il suo obiettivo centrale, aggiungendo inutilmente la pena del “non lavoro” alla colpa del detenuto; ogni volta che un detenuto esce dal carcere senza un progetto di vita e di nuovo sulla strada la società ha perso di nuovo, dopo averne pagato le spese ( una giornata in carcere costa non meno di 120 euro al giorno) non agisce per evitare il perpetuarsi delle recidive.

Questi tre fallimenti (l’ingresso in cella, la pena del non lavoro e l’uscita senza progetto) richiedevano un lavoro pastorale e sociale diverso, e così nacque la piattaforma Libertà Partecipate! Chiamare tutta la società civile a partecipare ad i processi di emancipazione e liberazione di ogni persona detenuta o condannata, per ogni persona un progetto. Negli anni abbiamo preso in carico con il metodo del case management centinaia di storie e molte di queste sono oggi ancora a lavoro con noi, sono oggi nostri collaboratori, veri e propri attivisti ed attiviste della coesione sociale. Con la loro pena hanno fatto nascere luoghi come L’Orto di Casa Betania, la Fattoria Villa Mancini o il nostro laboratorio artigiano.

Da quella pena partecipata sono venuti fuori dei fiori incredibili.”