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di Gabriella Debora Giorgione – 

La sveglia era suonata, ma arriva lo stesso con qualche minuto di ritardo. Capelli arruffati e un po’ di pennica ancora negli occhi e nella voce, ma tiene botta alla grande, Francesco De Santis, Responsabile Amministrazione della Rete di Economia Civile “Sale della Terra”.

Siamo a San Nicola Manfredi, bivio Pastene, Francesco abita qui da quattro anni, in una casa divisa con il fratello: «Mi sono tenuto la parte più piccola, lui ha moglie e figli», dice.

E’ la vecchia casa di famiglia, i genitori l’avevano costruita insieme prima di separarsi. Francesco è il più piccolo dei tre figli di Giovanni e Brunella ed è lui a soffrire di più per la fine del matrimonio dei genitori. A sei anni, infatti, si è troppo piccoli per capire o accettare la divisione di mamma e papà, ma soprattutto per assumersi la responsabilità di essere l’elemento di “contesa affettiva” tra due adulti.

Dopo la separazione, papà Giovanni, ingegnere, si trasferisce a Roma. Lì si sposa per la seconda volta e nasce Fiammetta, la quarta sorella di Francesco, Adriano e Sandra.

Mamma Brunella, invece, due lauree in Scienze sociali, resta a Benevento, accanto ai suoi tre figli. Lavora nella tutela dei diritti dei minori, poi al Cesvob, dove conosce Angelo Moretti, ma alla fine sceglie anche lei di andarsene fuori Benevento come consulente esterna dei servizi sociali dei minori. Adesso spera di rientrare quanto prima a Benevento: «Sarà complesso riaverla qui. Mamma è una meraviglia, ma ha una espansività notevole, io sono più discreto, ormai ho acquisito il mio equilibrio nella mia vita autonoma. E sono anche un disordinato cronico, è complesso vivere accanto a me nel mio caos», Francesco sorride, mi piace la sua autoironia. «Mio padre – continua –  mi ha sempre rimproverato il disordine, anche se ha fortemente sostenuto il mio percorso di autonomia»: adesso Giovanni, che nel frattempo ha divorziato una seconda volta e vive con la nuova compagna ad Isernia, continua il suo lavoro di ingegnere, ma ha una missione in Africa, dove costruisce acquedotti e orfanotrofi e si impegna nella trasmissione delle competenze tecnologiche ai Burundiani.

Ma, nel frattempo, tra tutte queste vite, qual è quella di Francesco?

«Io pensavo di fare l’ingegnere fin da quando avevo cinque anni. Ma la scuola non è mai stata un ambiente ideale: ero un bambino chiuso, non riuscivo a relazionarmi, questo mi creava scompensi emotivi che cercavo di nascondere. Oggi finalmente posso dire che sono una persona diversa, da quando sono uscito dalla mia dipendenza tutto è cambiato in meglio, ovviamente», mi dice.

«Quale dipendenza?», chiedo timidamente.

«Da internet, dal mondo virtuale. A sedici anni ho cominciato a giocare con “Second life”: lì vivevo una vita parallela. Avevo un lavoro, una fidanzata, il mio avatar creava programmi software, avevo amici, ho guadagnato persino dei soldi. Tutto virtuale. La mia vita reale erano gli scout e il mio cane. Il resto era una vita reale in attesa di quella virtuale». Lo costringo a spiegarmelo due volte, perché io davvero non riesco a comprendere, conoscendo oggi le sue straordinarie abilità “reali”, come possa essere accaduto.

«Vedi, la dipendenza la fa il cervello, non gli oggetti o le sostanze. Ho toccato il fondo a quasi ventidue anni, quando sono caduto in una depressione molto forte».

«Come ci sei riuscito, Francesco?»

«Non ci crederai: guardando un tramonto. Quel giorno compivo ventidue anni. Avevo il terrore di restare da solo per il mio compleanno e così andai a Bologna a trovare un mio amico che aveva tanti amici. Andammo a San Luca, era l’imbrunire. E vidi il tramonto più bello della mia vita. In quel momento, dentro di me, sentii montare la felicità. Fu l’unico momento, dopo anni, in cui mi sentii davvero libero dal buio che mi terrorizzava. Lì capii che potevo e dovevo farcela, che la mia felicità stava nel reale e non nel virtuale». Mamma mia. Pausa.

Ricomincia parlandomi del progetto che desiderava realizzare: il commercio di lampadine a led. Ma non aveva spirito imprenditoriale e mentre sogna come poterci riuscire arriva il Servizio civile. In Caritas Benevento affianca Mariapia Mercaldo nella piattaforma OsPo e tutti cominciano ad apprezzare le capacità incredibili di Francesco, oltre che la sua persona delicata e schiva.

Il Servizio civile finisce, ma Fabio Garrisi, all’epoca Direttore Amministrativo di “Sale della Terra”, gli chiede di fermarsi e di lavorare al Consorzio, per il momento in magazzino. Francesco accetta e in quel lavoro incontra Nicola La Peccerella, Direttore vendite, che ne capisce, esaltandole e motivandole, le qualità professionali.

I numeri di “Sale della Terra” continuano a crescere, serve ordine nei dati dei Centri di costo, Angelo Moretti gli propone una sfida: gestire l’amministrazione ordinaria di “Sale della Terra” nel suo complesso: «E’ stato un folle, a mettere tutto nelle mie mani», dice Francesco, «Però adesso sono felice dei miei risultati e di quelli di “Sale della Terra”. Spesso mi confronto con tante persone che magari non sono soddisfatte del proprio lavoro. E io dico sempre che se hai la fortuna di lavorare con persone oneste che ti rispettano, devi prima imparare e poi chiedere. Tutti pensano che il lavoro arrivi dall’alto, ma non è così. Bisognerebbe insegnare a scuola “educazione all’imprenditorialità”, invece oggi si lanciano messaggi sbagliati ai giovanissimi che, invece, dovrebbero essere il motore dell’economia».

Quasi una scelta politica, insomma, quella di stimolare le capacità a fare impresa: «Noi “Sale della Terra” facciamo del nostro lavoro una passione per portare un cambiamento e crescita».

«Sei proprio “Sale della Terra”, France’», stuzzico.

«Sì che sono “Sale della Terra” e guai a chi osa affermare il contrario. Hai voglia a dire che “Sale della Terra” è solo Angelo Moretti, “Sale della Terra” siamo noi», affonda.

«Per noi tutti questo è un momento di cambiamento. Se prima “Sale della Terra” era guidato da Angelo Moretti, adesso vedo espansione e ricerca di sostenibilità. Stiamo avendo cambiamenti troppo grandi e dobbiamo essere pronti anche ad un futuro senza Angelo Moretti».