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Su Avvenire una riflessione del Presidente Angelo Moretti sugli ultimi casi di femminicidio e sulle soluzioni da porre in atto per arginare il problema.
«Il patriarcato è una struttura solida della società in cui il maschio comanda sulla vita della donna, e da quella struttura solida ne deriva un modello di famiglia e di economia in cui c’è una superiorità sulla vita e sulla morte di uno verso l’altra, non solo sui grandi temi come la politica e gli affari, ma anche nelle decisioni quotidiane, nel pranzo da cucinare, nelle scelte da fare sui vestiti, le amicizie, lo studio e così via.
Ma, seguendo da diversi anni i giovani difficili, nelle scuole e fuori, ascoltandoli, accompagnandoli, non posso non tacere che esiste un’altra forma che solida non è, che non è patriarcato, non almeno nelle forme che conosciamo.
Sempre più spesso, mi capita di conoscere coppie che vivono in perfetta simbiosi (…) che non fanno un passo se non in due, che non conoscono l’indipendenza e la self-directeness, l’autodirezionalità, ma solo la dipendenza affettiva e la dipendenza affettiva e l’alleanza di coppia.
Ed ho visto, ed assistito, maschi crollare di fronte alla fine fine di una storia come questa che ho appena descritto, maschi che gridano “ora come faccio?!”, quando improvvisamente si ritrovano soli. Non va presa sottogamba questa fragilità psichica, qui si tratta in molti casi di un’uccisione di una “madre” che viene percepita come “abbandonica” quando avvia il tentativo di liberarsi del suo ex.
Nella società dell’amore “liquido” esistono uomini che dipendono unicamente dal riconoscimento di una donna che li faccia sentire “vivi” e “importanti” e che non riescono a immaginarsi soli quando una storia finisce. Come scrive Salman Rushdie, quel maschio che viene lasciato dalla sua ragazza “è un edificio che crolla” perché il suo “io” è perennemente pericolante e nel crollo decide di portarsi con sé la donna che vuole lasciarlo di cui non si sente superiore né padre, a cui invece si sente legato da un amore tipico del “figlio deviato”.
Dobbiamo agire certamente nelle scuole, ma a partire dall’ascolto, non dall’istruzione. Non esisterà alcun decreto salvifico anti-femminicidio e neanche lezioni sufficienti: dobbiamo prenderci del tempo per dire che esiste una diffusissima fragilità psichica maschile che, all’occorrenza, diventa violenta e omicida, una fragilità del senso esistenziale. Umberto Galimberti l’ha chiamata “nichilismo attivo”, che richiede di presidiare le città come le relazioni umane, con spazi di ascolto di “non-maternage”. Dobbiamo attrezzare le nostre comunità con la competenza di accompagnare i giovani maschi verso l’emancipazione.
Nel momento storico che affrontiamo, ogni padre deve sentirsi arruolato in modo inedito, ognuno di noi deve vivere con il giusto terrore l’idea che di fronte a una rottura affettiva anche un proprio figlio potrebbe essere domani un femminicida. Dobbiamo fermarci ad ascoltare le nostre fragilità maschili per parlarne ai nostri figli. E non è una paranoia, è uno sguardo autentico sulla violenza maschile di oggi, liquida, e quindi più invisibile ed imprevedibile di ieri».