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Piccolo zibaldone di un viaggio negli Stati Uniti

di Antonio Luongo

“Ma quanto è strana Dallas?”. È la prima cosa che mi viene in mente mentre passeggio per le strade di “Downtown”: al luccichio dei grattacieli dello skyline e le strade pulite, si contrappone la poca presenza di gente in strada, se non afroamericani e ispanici, facce solari da cui traspare solo parzialmente l’espressione di chi probabilmente è fuori dalle dinamiche del consorzio Sociale.

A Dallas si è tenuta l’edizione 2024 di “Welcoming Interactive”, Conferenza Internazionale sull’integrazione intesa come “welcome”, come scelta di vita libera, senza vincoli di sorta né stilemi culturali e sociali, organizzata da “Welcoming America” , un’organizzazione No profit che si occupa principalmente di integrazione all’interno delle città, grandi e piccole degli Stati Uniti d’America. Il Consorzio Sale della Terra e la rete dei piccoli comuni del welcome sono venuti a conoscenza di questa organizzazione nel 2020, quando Angelo Moretti ha partecipato a “Welcoming Interactive 2020” conferenza tenutasi online. Alla nostra compagine, l’unica del vecchio continente, formata dal sottoscritto, Angelo Moretti e Eva Valentova, project manager di “Migrace”, organizzazione della Società Civile che si occupa di integrazione nella regione di Praga, era stato dato il compito di spiegare come si sviluppano modelli di integrazione innovativi e virtuosi in Europa.

Antonio Luongo mentre conferisce alla conferenza “Welcoming Interactive”

Riflettere sull’inclusione di migranti in spazi geografici diversi è una cosa che stuzzica subito la mia curiosità: tutto, negli Stati Uniti ha una dimensione e delle distanze maggiori rispetto alla nostra terra, dalle strade di Pleasant Grove,  quartiere dormitorio ispano americano, con case solo apparenza monofamiliari e decine di banchi dei pegni e piccoli istituti  che concedono prestiti, alle strade a quattro corsie che uniscono Dallas a Forth Worth senza soluzione di continuità, dai racconti di deportazione di 400 irregolari con famiglie a seguito da parte della polizia per l’immigrazione statunitense a Postville, al racconto delle migliaia di miglia che i migranti, una volta varcato il confine con il Messico devono sopportare.

Come stuzzicare in loro la curiosità degli spazi, prima differenza che a cascata si ripercuote trasversalmente su tutto? Come rientrare dai miei bias? La risposta l’ho trovata in una mappa del mediterraneo senza confini delineati, ne fisici ne politici che ho aggiunto il giorno della presentazione del nostro modello “welcome”, poco prima di conferire. Raramente, infatti, la visione del mondo é del tutto autonoma e neutrale. Una carta geografica riassume numerose conoscenze ed esperienze: lo spazio e la concezione spaziale, il mondo e la visione del mondo. Restituire a chi vive oltreoceano il senso di intercultura millenaria che da sempre contamina i nostri luoghi, con cultura, commercio, è stato il modo migliore per far capire che la prima impressione che si ha reciprocamente quando si viaggia da un continente all’altro è spaziale.

Lo spazio, primo fattore distintivo delle nostre vite e del nostro lavoro nel rendere le nostre comunità più accoglienti, mi ha fatto sentire totalmente vicino negli intenti a tutti gli uditori e alle loro domande su come funzionano i diritti di cittadinanza in Europa, il sistema di integrazione, su come i piccoli comuni delle aree interne potessero riuscire ad attivare processi di integrazione tout court.

Il giorno della partenza non sono più così stranito, mi sento quasi abituato a quei ritmi, quegli stili, a quegli spazi. Consapevole del fatto che comunità più inclusive e più accoglienti possono nascere indipendentemente dal contesto in cui nasciamo, perché la prospettiva del curioso del viaggiatore è questa: Restituire a noi stessi origini culturali mobili, dislocate, reticolari.