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La Casa di Esther è una casa rifugio dedicato alle donne che denunciano violenze fisiche o psicologiche e a quelle che vogliono liberarsi dalla schiavitù della prostituzione: viene inaugurata nel 2020, nell’ambito del progetto “Fuori Tratta” (che riunisce in partenariato diverse realtà campane impegnate in azioni per l’emersione, l’assistenza e l’integrazione sociale rivolte alle vittime di tratta e grave sfruttamento), in seguito all’uccisione di Esther nei pressi della stazione di Benevento, assassinata a 36 anni con sette colpi di pistola.

L’attuale équipe multidisciplinare si compone di Teresa Lauto, assistente sociale e responsabile della casa-rifugio, Francesca Verdicchio, avvocato e operatrice legale, Tina Caporaso, psicologa, e Manuela Romano, mediatrice culturale, coordinate dalla psicoterapeuta Mariaelena Morelli, responsabile dell’area anti-tratta “Sale della Terra”: ogni figura professionale risulta fondamentale per assicurare un corretto percorso di riconquista di autonomia di vita, definizione, quest’ultima, che abbraccia la sfera sociale, lavorativa e abitativa.

Parte dell’équipe della Casa di Esther durante la Giornata Europea contro la tratta degli esseri umani, 18 ottobre

Le azioni della Casa di Esther devono rispettare una caratteristica fondamentale che le differenziano da molte altre azioni di welfare: alle beneficiarie deve essere assicurato un grado di privacy molto alto. Dal nome alla “vita precedente” della presa in carico, al luogo di lavoro che ha consentito loro di ritrovare una propria autonomia: per la tutela di chi ha avuto a che fare con aguzzini, ricattatori e criminali di ogni tipo, nulla di tutto questo può essere diffuso.

Dal 2020 la Casa di Esther ha accolto, con tutte le limitazioni imposte dalla pandemia, 9 beneficiarie. È dal percorso di una di loro, che definire come riuscito è persino riduttivo, nasce l’idea di raccontare le azioni messe in campo dall’équipe della Casa di Esther affinché donne con un trascorso difficile possano riprendere in mano la propria vita.

L’équipe della Casa di Esther durante una giornata di sensibilizzazione all’istituo Galilei Vetrone di Benevento, dove al termine della manifestazione è stata inaugurata una panchina rossa realizzata dagli alunni

Da un tirocinio come barlady iniziato qualche anno fa, lei, che chiameremo Daniela, ad oggi è diventata una figura di riferimento del posto dove lavora: professionale, ordinata nei conti, capace di mettere a proprio agio la clientela, ha stretto un ottimo rapporto con colleghe e colleghi, si può affermare, insomma, che sta sfruttando al meglio l’occasione che ha avuto, non “accontentandosi” della propria posizione ma, anzi, giorno per giorno si occupa di approfondire e migliorare la propria formazione e le proprie capacità con corsi e studi continui, che si aggiungono all’esperienza “sul campo” in corso.

Senza scendere troppo nei dettagli: Daniela ha vissuto una storia molto diversa da quella di tutte le altre vittime di tratta, non venendo “dalla strada” ma da ambienti “facoltosi”. Non è arrivata, insomma, “con il gommone”, ma era comunque coinvolta in giri dove la costrizione, lo sfruttamento e il ricatto continuo la facevano da padrone. E non immaginate una situazione dove si passa, come per magia, dallo stare in certi giri all’essere salvata e cambiare vita: in questo “passaggio” c’è un mare di diffidenza, paura, un vortice di bugie raccontate anche a chi, in quel momento, sta provando a salvarti dalla tua condizione per offrirti la possibilità di ricostruire la tua vita.

Arrivata appena aprì la casa-rifugio, Daniela si trovò a gestire innanzitutto una convivenza con altre due beneficiarie accolte, cosa che già rappresentava una dinamica del tutto nuova per lei. Nazionalità, abitudini, stili di vita differenti, pregiudizi da contrastare.

Parte dell’équipe della Casa di Esther in attesa dell’uscita degli studenti da scuola, durante una giornata di sensibilizzazione dedicata agli studenti

La condizione più tipica e ricorrente delle donne vittime di tratta è la provenienza da contesti di povertà, con un livello di istruzione ai minimi termini, e non solo in riferimento all’alfabetizzazione scolastica ma anche di educazione civica; l’équipe della casa-rifugio, aperta il 7 agosto 2020, vantava già allora un’esperienza con il fenomeno della tratta dal 2016, anno in cui il Consorzio “Sale della Terra” aderì al progetto Fuori Tratta, con la cooperativa Dedalus capofila, insieme alla Caritas di Benevento, che ospitava in un’ala dedicata del dormitorio le vittime di tratta.

Tante storie simili, dal 2016 al 2020: il caporale, la falsa promessa di lavorare per ripagarsi il viaggio, la madame, il ricatto, il rito.

Praticamente la madame che adesca si rivolge a un target sempre uguale: bassa istruzione, contesto socio-culturale inesistente, ragazze sole, senza famiglie né riferimenti, oppure con pochi riferimenti, ricattabili. Le ragazze adescate per strada vivono “arrangiandosi”, sono in difficoltà e senza fissa dimora, e vengono avvicinate da una madame che bazzica questi luoghi, proprio cercando le proprie vittime, e inizia a porre delle domande circa la loro condizione, del perché si trovino così, guadagnando la loro fiducia e convincendole che, affidandosi e lei, possano risollevarsi e svoltare.

“Ho un’amica, oppure una sorella, che lavora in un supermercato o in un parrucchiere in Europa, perché non ci pensi? Ti pago io il viaggio, penso a tutto io e quando arrivi e cominci a lavorare mi ridai tutto poco alla volta”.

Prima dell’appuntamento previsto per la partenza le vittime vengono portate dai “native doctor”, veri e propri stregoni delle tribù, che le sottopongono a un rito che nella maggior parte dei casi consiste nel prelevare peli pubici, peli ascellari, unghie, sangue, poi vanno messi in un pentolone, sgozzano un animale come ad esempio una gallina, facendo cadere il suo sangue nel pentolone, la ragazza beve un sorso del sangue dell’animale insieme a una bevanda molto alcolica e sputa tutto nel pentolone, dopodiché le fanno giurare di non dire a nessuno come sono arrivate, non denunceranno chi le ha “aiutate” e restituiranno l’intero importo del debito di cui, non casualmente, non viene menzionato l’importo.

Ora, mettiamoci nei panni di chi ha un livello di istruzione basso, incapace di distinguere la realtà dalla fantasia e dalla suggestione, alla quale viene detto che, nel caso contravvenissero al giuramento, andrebbero incontro alla pazzia, favorirebbero la morte dei genitori o di altri parenti, o sarebbero in ogni caso facilmente rintracciabili.

Non una semplice minaccia, ma un qualcosa di “spirituale”, di mistico, da cui è impossibile separarsi.

Poi, il viaggio: la tratta nigeriana fa tappa in Libia (dove inizia lo sfruttamento della prostituzione), quella della Costa d’Avorio in Tunisia (dove vengono inizialmente sfruttate come collaboratrici domestiche, dormendo a terra o in uno sgabuzzino), e in entrambi i casi le vittime iniziano e rendersi conto di trovarsi in un clima di schiavitù vera e propria.

Francesca ricorda di quando ebbe l’idea di fare un’iniziativa in occasione della Giornata della Memoria: “le ragazze non sapevano né cosa fosse la ricorrenza né tantomeno chi fosse Hitler. E l’unica cosa che dissero guardando le immagini fu: come in Libia. Mi si gelò il sangue e non dormii per diversi giorni”.

L’inserimento di Daniela nella tratta, invece, inizia nel suo paese origine, quando venne adescata da un ragazzo in un locale, con il quale intraprese prima una relazione ma che poi la spinse, tra minacce e brutalità, a entrare nei giri della prostituzione. Ritrovandosi poi, ad esempio, ad essere segregata per tre giorni in una stanza da un “cliente” violento.

Prima di arrivare in Italia fu portata dal suo aguzzino in un altro paese europeo, e anche lì venne segregata, picchiata, maltrattata, le fu impedito di trovare un lavoro e qualsiasi forma di autonomia, ogni accenno di rapporti d’amicizia con altre persone venne troncato sul nascere, e Daniela inizia a maturare l’idea di scappare. Per farlo si affidò a una promessa di lavoro proveniente da un “amico di amici”, che conosceva a sua volta questa persona con un’attività nel nord Italia. Un tratto, questo, simile a quello delle storie più conosciute della tratta. Una truffa studiata per bene: Daniela scappò con l’aiuto di questa persona, che le fece firmare una falsa promessa di lavoro e la portò in questura ad effettuare la richiesta per il permesso di soggiorno, ovviamente rigettata.

Daniela si stabilì in casa di quest’uomo, da cui non poteva uscire se non con lui, e dove iniziarono a intravedersi giri strani di persone, che lasciarono dedurre un giro di spaccio e prostituzione. Divenne presto evidente che la falsa promessa di un permesso di soggiorno rientrasse nel ventaglio di attività illegali con le quali questa persona si sosteneva. Arrivarono poi le prime avances, le richieste di fare da corriere della droga, Daniela rifiutò e venne minacciata di essere rispedita a casa; durante la notte venne portata con una macchina in una stazione di servizio, dove c’erano altre ragazze, spingendola a prostituirsi per ripagare l’“ospitalità”.

Anche in questo caso la soluzione è stata la fuga, poi la richiesta di aiuto al consolato di riferimento, dove le venne consigliato di procedere con una denuncia alle forze dell’ordine. Sono queste ultime che contattano una cooperativa che si occupa di proteggere donne vittime di tratta, e da lì, per prenderla in carico e, allo stesso tempo, allontanarla dal territorio, venne destinata alla casa di Esther.

La tanta diffidenza iniziale, gli atti di autolesionismo, un’inevitabile fragilità psichica risultato del trascorso travagliato, un inizio di convivenza non semplice con le altre donne accolte, le intenzioni di fuga (anche lì), lasciano pian piano spazio ad una graduale fiducia verso le operatrici dell’équipe e alla convinzione di doversi curare per trovare una stabilità mentale. Pian piano per modo di dire: questa parentesi dura quasi due anni, un periodo di lavoro certosino da parte delle operatrici che, aiuto dopo aiuto, supporto dopo supporto, riescono a guadagnare la sua stima e la sua convinzione che sì, erano lì per aiutarla e per farle costruire una nuova vita.

Una nuova parentesi, quindi, di totale rinnovamento: l’acquisita consapevolezza dell’esistenza di una rete forte e strutturata che tutela le persone con un trascorso difficile le consente di partecipare con convinzione alle attività del progetto, di apprendere la lingua italiana, di riscoprire una propensione allo studio che le operatrici spingono a coltivare, e altri risultati tangibili come la conversione del suo titolo di studio e della patente conseguiti nel suo paese di origine e il riconoscimento alla protezione internazionale.

Poi un periodo di volontariato e il conseguente tirocinio nel luogo dove tutt’oggi svolge magistralmente il suo lavoro: gli ottimo feedback del responsabile della struttura consentono a Daniela di convertire il tirocinio in contratto, poi la proroga, l’indeterminato e di lì, stabilizzata la situazione, ha potuto lasciare la casa-rifugio trovando una nuova casa, tutta per lei. E non solo: l’iscrizione all’università e l’acquisto di una macchina danno il via a un’autonomia totale, una vita finalmente ricostruita, pezzo dopo pezzo.

Un progresso tale che tutte le operatrici descrivono questa storia come l’esempio lampante del percorso perfetto. Una storia di riscatto, di riconquista di sé, con un finale pieno di speranza per chi ha attraversato storie simili, reso possibile da due fattori: la forte determinazione di una donna, la protagonista della storia, nel ricostruire la propria vita, e la solidarietà e professionalità di un’équipe di donne, che hanno posto le condizioni affinché ciò potesse accadere.

di Francesco Boffa